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°°Latte, Amore e Sedicenti Allevamenti Etici°°

Siete stati, e continuate ad essere, tantissimi a segnalarmi la pubblicità di un allevamento lattiero-caseario “etico” che dice di vendere al pubblico formaggi realizzati con caglio vegetale prodotti con latte munto da femmine a cui non verrebbe ucciso il figlio.

Talmente tante le segnalazioni giunte che ho deciso di scrivere questo articolo per rispondere, spero in maniera più esauriente possibile, a tutti voi. E anche a chi si porrà lo stesso quesito nel tempo: esiste davvero un allevamento etico?

Per prima cosa, è doveroso ricordare il significato della parola “etica“, oggigiorno confuso con qualcosa di positivo a prescindere.

 

Dal dizionario de Il Corriere:
Filos. Ricerca di ciò che è bene per l’uomo, di ciò che è giusto fare o non fare.
SIN moraleestens. modo di comportarsi in base a ciò che ciascuno ritiene sia la cosa più giusta.


Essendo l’etica strettamente collegata alla percezione di bene e male che è soggettiva, non esiste un modo univoco e universalmente riconosciuto di comportamento etico. Ergo, ciò che può apparire etico per un singolo può risultare immorale per terzi.
E viceversa.

In questo caso, per quanto mi riguarda e per quanto riguarda la filosofia di vita vegan che seguo, un allevamento etico di animali per la produzione di formaggi non esiste.

Perché qualcuno, con arguzia, ha pensato allora di accostare l’ossimoro “allevamento-etica”? Provo ad ipotizzare: il numero di persone che hanno a cuore la salute e il benessere degli animali è in costante aumento. Il numero di persone vegetariane anche. E chi è già diventato vegetariano, grazie alla controinformazione animalista sa che quello è il punto di partenza e non di arrivo. Chi ha eliminato dalla dieta la carne di animali terrestri e marini (quest’ultimi, comunemente indicati come “pesce”) sa molto bene cosa significa per un individuo essere allevato e finire al mattatoio, smontato nella sua interezza fisica. Nell’illusione che mangiare derivati corporei non comporti la morte dell’organismo che li genera, l’idea che un allevamento tratti con dignità o con rispetto quelle piccole schiave dell’ingordigia umana fa sentire l’animo umano più leggero.
Ecco che si può cadere in trappola, facendosi convincere che non vi è nulla di sbagliato in quegli alimenti. In realtà, è un fingere a se stessi chiudendo gli occhi dinnanzi alla verità.

Per quanto possano provare ad impietosirvi, o a suscitare in voi emozioni quali tenerezza e amore, è bene essere realisti e usufruire della ragione:
non esiste rispetto laddove vi è sfruttamento.

Per farvi comprendere meglio il mio punto di vista, vi propongo questo esempio per analogia: la schiavitù minorile. Il lavoro minorile è stato bandito dalle civiltà più progredite solo da pochi secoli. Se si riflette con memoria storica possiamo dire che tale salto d’evoluzione sociale è giunto molto tardi. Tanti altri progressi devono ancora essere fatti, come quello del riconoscimento del diritto ad esistere per gli animali.
Pertanto…

Immaginate di vivere in una società dove, pur non esistendo ancora diritti per i più piccoli, la morale pubblica inizia ad essere contraria all’impiego di minori per la realizzazione di manufatti, manodopera in fabbrica ecc.
Fingete per un instante di essere fra coloro che non vedono di buon occhio che un bambino di 5 anni venga chiuso in una bottega a lavorare con le proprie manine beni di largo consumo.
Immaginate poi di imbattervi in un’azienda che si è data il nome di “BambiniAmore” e che propone bellissimi e variopinti tappeti realizzati da infanti.
Accettereste l’idea di comprare quei tappeti?
Anche se i titolari vi giurassero trattamenti umani, riposo e tante coccole per i piccoli operai, paghereste mai per avere il risultato del loro impiego come forza lavoro?

Sia il tappeto da manodopera minorile, sia il formaggio da “allevamento etico” sono due prodotti extra di provenienza morale dubbia di cui si può fare a meno.

Si è meno colpevoli se si compra del formaggio “etico”?
Decidendo di acquistare del formaggio si accetta tutto ciò che vi è dietro: fecondazione della femmina (solitamente negli allevamenti intensivi avviene manualmente con inserimento di sperma maschile in vagina da parte degli operai), attesa durante la gravidanza, nascita del cucciolo, mungitura della secrezione mammaria fino a quando le ghiandole mammarie della femmina che ha partorito sono attive, fine ignota dei maschi inutili poiché non produttivi e introduzione degli esemplari femmina ad affiancare e a sostituire le madri.
Piacevole? Etico? Accettabile?
Se per qualcuno la risposta fosse affermativa, il mio invito è quello a riflettere sulle parole del luminare John Stuart Mill circa la libertà.

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Proseguendo,
essendo il latte un alimento specie specifico, mi chiedo, perché ostinarsi ad adornare con fiocchetti e cuori ciò che è mero sfruttamento di organismi femminili per avere un alimento fra i più dannosi per la salute umana? Secondo il medico Neal Barnard il formaggio è paragonabile all’eroina per la sua capacità di generare dipendenza.
Perché non usare l’intelletto umano per comprendere che ogni mammifero deve avere la libertà di allattare solo ed esclusivamente il proprio lattante?

La specie umana, la principale causa di danni ambientali, è purtroppo affetta da una malattia molto difficile da curare, una malattia che porta all’auto-convincimento di poter piegare le altre specie sotto volontà: si tratta dell’antropocentrismo.
Molti sono riusciti a guarire da questo morbo. Altri purtroppo continuano ad esserne ammalati, infettando gli altri attraverso l’emulazione.
In questo caso l’antropocentrismo, ossia il desiderio a mio avviso smodato di mettere l’essere umano al centro di tutte le altre creature per presunta superiorità intellettiva e religiosa, porta alla convinzione che le femmine di altre specie (ovine e bovine) debbano sottostare alla necessità umana di avere un alimento non necessario.
In natura, importante da ricordare, nessun animale ha lo stesso atteggiamento tiranno nei confronti delle nostre femmine umane.
Un caso? Non credo.

Come comportarsi allora davanti a pubblicità che vorrebbero convincerci che non vi è nulla di male ma anzi, sia un atto d’amore prendere un po’ di latte a delle creature confinate in spazi controllati per realizzare formaggi da vendere per soldi?
Il mio invito è quello ad una riflessione profonda e al realizzare che ormai, nel 2018, abbiamo così tante alternative vegetali al formaggio animale da non aver bisogno di derubare una madre del latte per il proprio figlio.

capre

Carmen.

 

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