°°Shampoo: Differenza tra Bio e Non Bio°°

Curare l’igiene e la pulizia del nostro corpo con prodotti dagli ingredienti buoni è un atto di amore verso noi stessi.
In un mercato dove sembra prevalere il marchio anziché l’inci, io vi invito a controllare sempre bene le etichette dei prodotti che scegliete.
Andate oltre al colore del packaging (se ne ha), ai volti noti che promuovono tale cosmetico e alle promesse che l’azienda fa: ciò che conta è la qualità di cosa utilizzate, e l’origine degli ingredienti che compongono un determinato prodotto.

In questo articolo vorrei quindi mettervi al corrente della differenza fra cosmetici bio e non bio, prendendo come esempio lo Shampoo Rivitalizzante Fantastika Bio e mettendolo a paragone con uno anti-forfora di una nota marca francese che afferma di utilizzare ingredienti naturali.

Indicherò qui di seguito gli ingredienti di entrambi i prodotti, indicando in verde quelli sicuri per la salute, in giallo quelli neutri e in rosso quelli che non andrebbero utilizzati.


Shampoo Rivitalizzante Fantastika Bio
Ingredienti:
Aqua , sodium coco-sulfate, ammonium lauryl sulfate, coco-glucoside, betaine, coco-betaine, sodium cocoyl hydrolyzed wheat protein, sodium pca, hydrolyzed chestnut extract*, argania spinosa kernel oil*, parfum, disodium cocoyl glutamate, phenethyl alcohol, ethylhexylglycerin, glyceryl oleate, tetrasodium glutamate diacetate, citric acid, sodium benzoate, potassium sorbate.
* proveniente da agricoltura biologica

Shampoo Anti-Forfora Y*** R*****
Aqua, ammonium lauryl sulfate, cocamidopropyl betaine, salicylic acid, butylene glycol, decyl glucoside, piroctone olamine, parfum, lauryl glucoside, panthenol, guar hydroxypropyltrimonium chloride, punica granatum pericarp extract, fructooligosaccharides, inulin, citric acid, mentha piperita oil, sodium hydroxide, limonene, 1,2-hexanediol, caprylyl glycol.


Gli ingredienti dicono molto (pensate a quelli di prodotti commerciali che non vantano nemmeno di essere naturali!).

Ho preso in esempio questi due tipi di shampoo perché sono stati utilizzati per più lavaggi dalla stessa persona, con capelli sottili, lisci, tendenti a sporcarsi facilmente.

Ecco il suo parere dopo l’utilizzo di entrambi:
<<Ho dovuto smettere di usare lo shampoo Y*** R***** perché mi lasciava in testa una sensazione di sporco. Sentivo i capelli appesantiti, appiccicosi, e dopo poco dovevo lavarli di nuovo. Ho provato lo shampoo Rivitalizzante Fantastika Bio e i miei capelli sembrano rinati, sono tornati quelli di sempre, rimangono puliti e leggeri>>.



Con un inci praticamente verde, lo shampoo Rivitalizzante Fantastika Bio sta lasciando soddisfatte tutte le persone che lo hanno provato fino ad ora.

Ecco altri feedback positivi

Da Federica:
<< Ciao Carmen, volevo dirti che i prodotti di Fantastika Bio sono, proprio, fantastici!!!! Presto appena potrò rifarò un nuovo ordine. Lo shampoo e la maschera hanno ridato nuova vita ai miei capelli. Non sembrano neanche i miei. Grazie di averli pubblicizzati >>

Da Emilia:
<<Lo shampoo mi sembra un buonissimo prodotto, mi sta piacendo parecchio, grazie>>

Da Alfonsina:
<<Ho provato lo shampoo suggeritomi da Carmen per un mio problema alla cute… ero un po’ scettica, ma…appena aperto il flacone, una fragranza a cui ho fatto fatica a staccare le narici>>

Da Anna:
<<Ciao cara Carmen, ho provato i tuoi prodotti e sono veramente molto validi ti invio una foto del prima e dopo.. certo la piega è fatta in casa quindi non è sicuramente perfetta ma posso assicurare che i capelli sono morbidissimi e setosi!!>>

Anna con lo shampoo Rivitalizzante Fantasika Bio




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Per informazioni, domande, o per fare un ordine riempite il form sottostante oppure consultate la mia pagina facebook Carmen Consulente Fantastika Bio.

°°Smettere di Mangiare Animali Aumenta il Rischio di Depressione?°°

Di recente è stato condotto uno studio dalla University of Alabama intitolato “Meat and Mental Health: A systematic review of meat abstention and depression, anxiety and related phenomena” pubblicato sulla rivista Critical Reviews in Food Science and Nutrition.
Nonostante ci siano studi che affermino l’esatto contrario, stando a questa ricerca un terzo dei vegetariani sarebbe incline a mostrare sintomi di depressione.

Vorrei, in merito a ciò, scrivere e condividere con voi il mio pensiero.

Sarebbe interessante se la stessa University of Alabama spendesse le stesse energie e lo stesso impegno in una nuova, strabiliante ricerca dal titolo “come si può non rischiare la depressione venendo a conoscenza dell’inimmaginabile trattamento degli animali allevati e l’impatto degli allevamenti sull’ambiente, nonché quello dell’alimentazione a base di resti animali sulla salute umana“.

Prima di diventare vegetariana (nel 2002, all’età di 12 anni) sicuramente la mia vita era più leggera. Ma questo non perché mangiassi carni, pesci, uova o bevessi latte di altre femmine. Figuriamoci.
La mia vita era leggera perché vivevo beatamente nell’ignoranza.
La stessa ignoranza nella quale sguazzavano gli altri attorno a me.

Ignoravo tante cose: che ciò che masticavo e ingerivo servisse a nutrire il mio organismo, che quello che spesso trovavo nel piatto fossero animali, che la dieta di un individuo determina (assieme ad altri fattori) la sua salute e molte altre cose.
Soddisfacevo i miei bisogni senza molto riflettere sul come e mediante cosa venivano soddisfatti.

Poi, l’inizio dei dubbi e delle domande.

Perché i gatti erano liberi di vagare dove volevano e i loro cuccioli destavano tenerezza?
Perché i cani erano tenuti a catena davanti casa o davanti al capanno degli attrezzi a fare la guardia, e se le cagne partorivano accadeva che venivano disseminati per le campagne a morire di stenti?
Perché i maiali venivano tenuti in spazi piccolissimi costretti a mangiare nella loro stessa merda, per poi essere ammazzati verso natale?
Perché i conigli dovevano stare in gabbiette minuscole, con i peli delle zampe gialli di urina, dentro ambienti dall’odore acre a fare figli su figli da uccidere?
Perché le galline dovevano razzolare sul cemento confinate da una rete, e se non facevano uova erano pure delle “stronze”?

Perché accadeva tutto questo?

Mi sono chiesta tante cose. Alle domande, ai dubbi ho cercato la risposta: perché vivevo, e vivo, in una società umana dove le altre specie sono scambiate per proprietà, beni, cose da sfruttare fino alla morte.

Una gallina “ovaiola” in gabbia deceduta per colpa dell’industria delle uova.

E allora dopo aver riflettuto ed esserti res* conto dello schifo che hai intorno ti domandi: ma perché? Perché deve esistere tutto ciò? Perché così tanta cattiveria gratuita? Perché tutto questo dolore?

E purtroppo a tali quesiti non ho ancora trovato una risposta.

Sarà forse perché la nostra natura è questa? Quella di spargere sangue innocente? Sarà forse perché veramente una divinità ci ha detto che quanto possono vedere i nostri occhi è roba nostra?
Sarà per caso per il fatto che noi siamo noi e gli animali sono loro?




Quando si diventa vegetariani, e vegani, lo credo bene se si rischia di vivere momenti di depressione: con tutto il male che la nostra specie affligge alle restanti altre che hanno la sfortuna di condividere con noi il mondo è una reazione più che motivata.
Immagini il mondo che ci sarebbe se tutti rispettassero come rispetti tu la vita: hai davanti a te quell’immagine idilliaca ma non puoi sfiorarla con le dita perché la forza dell’amore e della compassione è piegata al vile denaro.

Quindi?
Che fare?
Continuare a mangiare animali, sbattendosene della sofferenza altrui e fingendo, anzi illudendosi fermamente, che quanto accade a MILIARDI di esseri viventi sia più che giusto e lecito?
Magari dando ascolto a persone che guadagnano promuovendo il consumo di carne, immuni dal provare vergogna nel tenere in mano pezzi di corpi smembrati sfoggiando un falsissimo sorriso?

Mai.
Piuttosto mi tengo il rischio di incontrare sul mio cammino depressione.
Dalla depressione ci si può risollevare.
Da una mentalità affetta da antropocentrismo e dall’essere spregevoli, un po’ meno.


Per tutti gli animali catturati e tenuti prigionieri per soldi, per tutti quelli fatti nascere col solo fine di morire e cedere il proprio corpo, per tutti quelli seviziati, torturati, sperimentati, fatti a pezzi, oltraggiati nel corpo e nella psiche io andrò avanti lungo questo cammino di consapevolezza intrapreso 18 anni fa, trasmettendola il più possibile agli altri.
Con tutte le mie forze. Con tutte le mie energie.
Per tutti i giorni che la vita vorrà concedermi.


Note della Dottoressa Luciana Baroni

Per aiutarvi a sviluppare il vostro senso critico:
✅Andate sempre a vedere a fine del testo, prima della bibliografia, alla voce FUNDING
✅ in questo caso troverete: ‘This study was funded in part via an unrestricted research grant from the Beef Checkoff, through the National Cattlemen’s Beef Association. The sponsor of the study had no role in the study design, data collection, data analysis, data interpretation, or writing of the report’.
Cioè l’industria della carne ha finanziato uno studio che conclude come non mangiare carne provochi depressione.
✅Lascio a voi ogni riflessione in merito.

°°[Psicologia] Mindful Eating – Alimentarsi in Maniera Consapevole°°


Nuovo articolo in collaborazione con la dottoressa Ligeia Zauli, Psicologa Sessuologa.
Argomento di questo post è l’alimentazione consapevole.
Buona lettura 🙂


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ALIMENTARSI IN MODO CONSAPEVOLE 

Ti è mai successo di trovarti in un locale in compagnia di amici e di mangiare manciate di patatine senza neanche rendertene conto? Oppure, durante una pausa pranzo, di ingoiare il pasto in modo frettoloso e nel frattempo rispondere alle e-mail, chattare o navigare sui social?
O ancora di avere una giornata storta in cui ti sei sentit* giù di corda ed hai cercato conforto in una vaschetta di gelato o in qualsiasi altro cibo dolce o salato che avevi a disposizione? La lista di comportamenti alimentari poco salutari potrebbe continuare ancora.

Ognuno di noi può facilmente rendersi conto di quanto il proprio rapporto con il cibo sia condizionato da fattori che non hanno niente a che fare con il fisiologico stimolo della fame, fattori che possono essere,ad esempio, il contesto sociale, oppure un determinato stato d’animo.

Crediamo di essere liber* nelle nostre scelte alimentari, in realtà il più delle volte mettiamo in atto degli automatismi di cui siamo totalmente inconsapevoli e puntualmente ci sentiamo in colpa per aver mangiato troppo, ci rimproveriamo per non aver saputo resistere a quel cibo specifico, finendo in uno meccanismo in cui il mangiare diventa fonte di ansia e insoddisfazione, quando invece dovrebbe essere un momento di nutrimento e cura.

Un modo per uscire da questo circolo vizioso esiste e si chiama mindful eating, una pratica che ci aiuta a riprendere il controllo delle nostre scelte alimentari, insegnandoci a mangiare con consapevolezza e ci permette di avere con il cibo un rapporto più sano e autentico.

Prima di parlare nello specifico di mindful eating, dobbiamo fare riferimento alla sua matrice d’origine, la mindfulness: pratica che deriva dalla tradizione meditativa buddhista e che permette di sviluppare la consapevolezza lucida di ciò che accade nel momento attuale, nel “qui e ora”.

Le radici della mindful eating sono quindi da rintracciare nei 7 pilastri della mindfulness, che sono:

NON GIUDIZIO. La nostra mente tende inconsapevolmente ad emettere giudizi verso noi stess*, gli altri o le cose. La mindfulness ci insegna a diventare consapevoli di questi giudizi e a lasciarli andare, considerando le cose così come sono.

PAZIENZA. Avere pazienza significa vivere ogni esperienza nel rispetto dei suoi tempi, senza volere tutto e subito. Ogni cosa ha i suoi tempi di maturazione. Con la mindfulness coltiviamo la pazienza e la capacità di attendere che il nostro potenziale si realizzi in maniera naturale.

MENTE DEL PRINCIPIANTE. Approcciare ogni cosa come se fosse la prima volta, con l’atteggiamento di un bambino curioso e osservatore dei dettagli, privo di condizionamenti, che sperimenta ogni evento come unico e nuovo.

FIDUCIA in noi stessi e nelle capacità di cui siamo naturalmente dotati. La mindfulness permette di entrare in contatto con i segnali del proprio corpo (ad esempio lo stimolo di fame/sazietà), dando valore alla propria saggezza interiore.

NON CERCARE RISULTATI. Cercare a tutti i costi il risultato è di ostacolo al raggiungimento del risultato stesso perché crea una condizione di ansia che si rivela controproducente. Attraverso la mindfulness impariamo ad essere anziché fare, senza avere aspettative elevate, con pazienza e fiducia nel momento presente.

ACCETTAZIONE. Prendere le cose così come sono, senza avere pretese e senza cercare di evitare situazioni spiacevoli, agitarsi nelle sabbie mobili fa affondare più velocemente. Questa facoltà mentale che si sviluppa con la pratica meditativa non va intesa nel senso della rassegnazione, che è un atteggiamento di passività. Al contrario, l’accettazione è un processo attivo che consente di aprirsi agli eventi confidando nel cambiamento e nella crescita che essi comportano.

LASCIARE ANDARE i pensieri e le emozioni negative che ci ancorano a esperienze passate e condizionano il nostro modo di vivere il presente. Abbandonare la tendenza a rimuginare sul passato per far fluire il cambiamento.

La mindfulness quindi è un’attitudine di profonda consapevolezza del momento presente e di ciò che ci circonda, dei nostri pensieri, emozioni e sensazioni fisiche nel momento stesso in cui li stiamo sperimentando. Permette di liberarci dagli automatismi che guidano i nostri pensieri, le nostre emozioni e le nostre azioni. Promuove l’equilibrio, la scelta consapevole, la saggezza interiore (intesa come la capacità di essere pienamente a contatto con se stessi) e l’accettazione di ciò che è immodificabile.

Ma ora vediamo perché la pratica mindfulness può incidere profondamente sul nostro comportamento alimentare.
Come dicevo prima, raramente abbiamo un’esperienza piena e soddisfacente con il cibo, non siamo abituat* a mangiare e basta: mangiamo e parliamo, mangiamo e lavoriamo, mangiamo e pensiamo ad altro, mangiamo quando siamo tristi o arrabbiat* e questo non è salutare per il nostro corpo e per la nostra mente.
Allenando la consapevolezza, attraverso la mindful eating, impariamo a disattivare il pilota automatico che guida i nostri schemi alimentari abituali e a godere appieno dell’esperienza sensoriale del mangiare.

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L’esercizio della mindful eating insegna ad utilizzare tutti e 5 i sensi per scegliere, esplorare e gustare il cibo in modo che diventi un’esperienza soddisfacente e nutriente. Permette di riconoscere le nostre vere risposte al cibo (cosa ci piace, cosa non ci piace), distinguendole da altri bisogni (di affetto, ad esempio), senza cadere nel giudizio e nel senso di colpa. Ci insegna infatti a perdonarci e ad essere compassionevoli verso noi stess* e i nostri saltuari eccessi, sviluppando una profonda accettazione. Aiuta a prendere coscienza dei segnali di fame e di sazietà che ci invia il nostro corpo per poterci autoregolare e quindi mangiare quando siamo davvero affamati e smettere quando siamo sazi.

La cosa migliore per comprendere la potenza del mangiare consapevole è sperimentarla nella pratica, e per darvi un assaggio vi invito a fare un piccolo esercizio di mindful eating.
Vuoi provare?

Quando ci troviamo sedut* a tavola di fronte al nostro pasto, prima di cominciare, se vogliamo ad occhi chiusi, facciamo un paio di respiri profondi, in modo da essere centrat* in noi stess* e nel momento presente.
Poi chiediamoci qual è il nostro stato interiore, quali sensazioni corporee abbiamo, se siamo affamat*,  quali pensieri attraversano la nostra mente e come ci sentiamo in quel momento. Ora attiviamo i nostri sensi e osservando il cibo nel piatto, notiamone i dettagli, il colore, la forma, come è disposto nel piatto. Prendiamo con la forchetta una piccola porzione e avviciniamola al naso, annusiamola e sentiamo quali sensazioni ci suscita l’odore di quel cibo: è piacevole? Ci ricorda qualcosa? Ce lo aspettavamo così?

A questo punto portiamo il cibo a contatto con le labbra per sentirne la consistenza e la temperatura, dopo di che introduciamolo in bocca senza masticarlo per qualche istante, saggiandone nuovamente la consistenza attraverso la lingua e iniziando a ad assaporarne il gusto. Lentamente iniziamo a masticarlo e notiamo come cambia la consistenza sotto i nostri denti, sentiamo meglio il sapore. Quando lo deglutiamo, percepiamo il passaggio del boccone attraverso l’esofago e ascoltiamo l’eco del sapore che ci è rimasto nella bocca. Verso la metà del pasto, proviamo a connetterci con il nostro stomaco e facciamo un piccolo “check” interno del nostro livello di fame: abbiamo ancora appetito o siamo sazi? Chiediamoci cosa ci spinge a continuare a mangiare, un nostro pensiero riguardo alla quantità “giusta” per il nostro corpo? Il senso di colpa di lasciare del cibo nel piatto? Qualcos’altro che ci sta distraendo dal momento presente del mangiare e non ci fa avvertire il segnale di sazietà?

Molto probabilmente con questo piccolo esercizio di attenzione nel mangiare, ci renderemo conto di cose che non abbiamo mai notato prima, cose che non sono da giudicare positivamente o negativamente, ma che semplicemente accettiamo come tali.
Questo è esattamente il senso del mangiare consapevole, essere presenti con il nostro corpo e la nostra mente in ciò che stiamo facendo, senza giudizio.

Buon appetito consapevole.
Se ti va, lascia un commento dopo che avrai provato a mangiare consapevolmente, raccontandoci la tua esperienza. 

Ligeia Zauli
Psicologa Sessuologa

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