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°°Allevare Animali è un gesto Immorale°°

Allevare animali significa avere due o più esseri viventi appartenenti ad una determinata specie, confinarli in uno spazio ben preciso, obbligarli a riprodursi tra di loro senza rispettarne i naturali ritmi riproduttivi, renderli dipendenti dalle proprie volontà arrivando ad alterarne o placarne gli innati istinti, e farne oggetto di tornaconto economico attraverso la loro moltiplicazione.

Quando si parla di allevamento la prima cosa che solitamente si pensa è quello di tipo zootecnico alimentare, dove le forme di vita portate a riprodursi a ritmi innaturali vengono obbligate a morire per fornire materia organica a coloro che si cibano ancora di carcasse.

La pratica dell’allevamento però abbraccia molti altri ambiti, ed oggi in questo articolo voglio parlare di quello prettamente legato agli affetti. Perché anche dietro ad un apparente “amore” può nascondersi qualcosa di enormemente sbagliato.

L’allevamento di animali domestici: perché è immorale.

L’essere umano è un animale dalla psiche molto complessa e particolare. Nei millenni ha sviluppato un certo legame con alcune specie, come quella felina e canina, arrivando ad una vera e propria necessità di avere tali esemplari in luoghi di vita quotidiani. Da qui, il termine “animale domestico”, ossia tenuto in casa. Nonostante in natura gli animali non vivano in domus, spazi di cemento lontano dai propri simili, l’essere umano è riuscito a rendere l’animale membro extra del proprio nucleo familiare nel migliore dei casi, ma anche “complemento d’arredo” della propria abitazione nel peggiore.

Se da una parte possiamo vedere famiglie felici con un cane o un gatto, dall’altra non vedremo mai un branco di cani con un bambino fatto proprio al seguito.

Per riuscire a capire bene il discorso allevamento è necessaria l’immedesimazione.

A quanti di noi piacerebbe vivere un’intera vita in totale subordinazione dove il nostro compito è procreare, mettere al mondo figli, e vederli venduti da qualcuno che appartiene a un’altra specie che si arricchisce con essi?
“Ma quei figli andranno a stare bene”, può dire qualcuno.
Nessuno lo mette in dubbio che possano andare a star bene. Se chi compra quella vita ha un minimo di rispetto per l’esistenza altrui, quei figli saranno discretamente fortunati.
Tuttavia, rimane il fatto che essi sono stati mercificati e scambiati per una determinata cifra decisa da un mercato che ogni anno fattura lauti introiti.

A quanti di noi piacerebbe essere selezionati per caratteristiche fisiche, obbligati ad accoppiarci con determinati individui per ottenere dei figli con requisiti ben precisi? Colore degli occhi, forma del viso, dimensioni fisiche..
E’ quello che accade agli animali, ed è ciò che ha portato alla nascita delle “razze”. Selezioni su selezioni che hanno generato esemplari diversissimi fra loro.

E’ forse giusto che un cane sia stato portato ad essere un microscopico animale da borsetta? O che un gatto abbia fattezza così enorme da non riuscire a svolgere naturali movimenti come saltare?

“Gli animali tanto non capiscono”, potrebbe tagliar corto qualcun altro.
Ma chi lo afferma che essi non capiscano? Studi condotti da esseri umani, gli stessi che usano gli animali per generare soldi?
Che siano consapevoli o meno delle condizioni in cui riversano, nessuno ci da il diritto di utilizzare la nostra tanto ostentata intelligenza superiore per disporre degli altri a nostro piacimento.

“Ma gli allevatori amano gli animali come figli”, potremmo sentirci dire.
Avete mai visto allevatori vendere i propri figli?
Suppongo di no. Ergo, bisogna stare attenti ad utilizzare termini non pertinenti. La cura verso qualcuno finalizzata al lucro non può essere definita amore.
L’amore, per piacere, è un’altra cosa.

“Senza l’allevamento gli animali si sarebbero estinti” potrebbe aggiungere qualcuno. In realtà le razze vendute e comprate non sarebbero mai esistite in natura senza l’allevamento. Gli animali allevati sono come esseri in “stand-by”. Esistono, sì, ma loro genealogia va avanti priva di funzioni determinate dalla natura. Dovremmo toglierci dalla mente lo stereotipo di umano=salvatore degli animali, perché in realtà per mano nostra ogni anno spariscono per sempre specie animali e vegetali e non ne siamo nemmeno così tanto dispiaciuti.


Comprare un animale, a mio avviso, è sinonimo di mancanza di rispetto per la vita. Chi rispetta la vita difficilmente accetta l’idea che essa abbia un costo, e che dietro la sua nascita ci sia un mercato fondato sullo sfruttamento e sulla mercificazione di creature.
Chi vende animali, in modo legale ma anche illegale, dimostra di vedere nelle altre vite un qualcosa, non un qualcuno, di inferiore a sé tanto da poterne arbitrare la vita.


Vi invito pertanto a riflettere bene prima di entrare in un negozio, o in un allevamento, e pagare centinaia (o migliaia) di euro per portare a casa un animale dalle caratteristiche fisiche che più vi aggradano.
Non sono peluche, non sono oggetti, meritano rispetto e libertà.

La verità germoglierà dall’apparente ingiustizia.
Albert Camus


Carmen

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°°[Ecologia] Idee Green per Studenti Universitari (e non)°°

A tre anni dalla scelta di iscrivermi all’università, una delle migliori iniziative che abbia mai preso per accrescere il mio livello culturale, posso dire che dal punto di vista ecologico il mio modo di essere studentessa è molto cambiato.

Sempre stata attenta all’ambiente e al suo rispetto, questa esperienza universitaria mi ha portato a far miei degli accorgimenti ancor più sottili.

Quando si passa tanto tempo fuori casa, come accade tra una lezione e l’altra da seguire, è facilissimo abbandonarsi alle opzioni usa e getta: dal bicchiere di plastica per un caffè alla macchinetta in biblioteca, alle bottigliette d’acqua (sempre in plastica) fino agli snack preconfezionati o alle posate monouso del servizio di asporto mensa.

Dopo aver notato il mio impatto ambientale quotidiano ho pensato di intervenire andando a correggere, dove possibile, scelte poco ecologiche sostituendole con altre. Spero che le seguenti idee possano essere spunto positivo per chi s’imbatterà in questo articolo.

  • Per raggiungere l’università utilizzo mezzi di trasporto pubblico, evitando l’uso dell’auto. Minor inquinamento, ma anche minore stress da traffico e ricerca del parcheggio.

  • Lo zaino che ho scelto è uno di tipo ecologico fabbricato con tessuti di recupero, non inquinanti né tossici. Parte del ricavato ha sostenuto associazioni animaliste.

  • Prendendo appunti con i classicissimi quaderno e penna, ho optato per quaderni dalla carta riciclata o realizzati con carta proveniente da alberi di foreste certificate. Delle penne che utilizzo cerco di differenziare quante più parti possibili. 

  • Se possibile, cerco sempre di dare una seconda vita a libri di testo già usati da altri studenti anziché acquistarli nuovi. Oppure, se alcuni libri sono disponibili in biblioteca, li prendo in prestito.
  • Come evidenziatori ho preferito quelli in matita, evitando quelli in plastica da dover smaltire nell’indifferenziata una volta finiti.

  • Uno dei miei astucci è il solito comprato nel 2007 (dal quale faccio fatica a distaccarmi :D), quello nuovo invece è stato cucito a mano e acquistato ad un mercatino di beneficenza per animali.

  • Al posto delle bottigliette di acqua in plastica ho scelto di comprare un thermos in metallo da 750 ml da riempire a casa o alle fontane pubbliche. Acqua fresca sempre e ovunque!

  • Per non utilizzare bicchieri usa e getta porto con me una tazza ecologica in bambù dove poter collocare le bevande.
  • Per evitare di utilizzare durante i pasti posate usa e getta, ho optato per l’acquisto di un set di posate in bambù racchiuso in un astuccio in stoffa: fantastico poter riportare a casa contenitori e posate da riutilizzare ancora e ancora!

  • Anziché comprare succhi alle macchinette ho acquistato una bottiglietta di vetro da 250 ml dove collocare una spremuta fresca fatta a casa (adoro arancia, limone e zenzero) per fare uno spuntino dopo le lezioni. La spremuta rimane perfetta per ore!

 

Queste soluzioni possono essere adottate non solo da chi passa molto tempo fuori casa per studio, ma anche da chi lavora (o studia e lavora come me) o viaggia spesso.

E voi? Quali azioni mettete in pratica ogni giorno?

Al prossimo articolo!


Carmen

°°[Bologna] La Mortadella nel Museo della Storia°°

Il Museo della Storia di Bologna ospiterà a partire dal mese di ottobre 2019 un’area dedicata alla mortadella, un’ala intera della struttura per elogiare questo “alimento” tipico della città. Lo segnala a Think Green – Live Vegan – Love Animals una lettrice del blog, la dottoressa Elisa Spilinga.
Contrariata dalla notizia, Elisa ha deciso di scrivere una mail di dissenso al responsabile di tale introduzione, che riporto:

Gentile responsabile,

mi chiamo Elisa Spilinga e seguo con molto interesse e ammirazione i musei e le iniziative di Genus Bononiae.

Tuttavia, sono rimasta colpita dall’annuncio dell’inaugurazione di una sezione dedicata alla mortadella nel Museo della Storia della città. Francamente pensavo a uno scherzo di cattivo gusto… Bologna non ha abbastanza storia, arte, personaggi illustri da raccontare? Ma soprattutto, vogliamo davvero porre la mortadella a questo livello? Non sono contraria all’interdisciplinarietà, anzi, ma capirete che un conto è narrare che storicamente a Bologna si è sviluppato questo prodotto, un conto è sponsorizzarlo e declamarlo. Anche il Museo del Patrimonio industriale ha alcuni pannelli dedicati alla mortadella, ma sono pienamente contestualizzati. Personalmente credo che i musei debbano avvicinare le persone a temi un po’ “difficili”, che il grande pubblico, non specializzato, raramente conosce. Questo per ampliare le conoscenze dei singoli cittadini e stimolarli a riflessioni profonde. Abbiamo davvero bisogno di portare bambini e adulti al museo per insegnare loro che la mortadella è uno dei piatti tipici? Siamo tutti d’accordo sul fatto che il cibo sia un fattore culturale, ma non vi sembra che stiamo esagerando? Viviamo anni in cui ci si sente intellettuali se si va alla sagra della lumaca o a una degustazione; tutti vogliono essere cuochi alla Masterchef e nessuno sa più cosa significhi studiare la storia, l’arte e la filosofia. Siamo tutti alla ricerca di esperienze “sensoriali” e andiamo nei vari ristoranti per potercene vantare. Questo non è rendere giustizia al cibo come fattore culturale: questo è vivere in maniera edonistica e superficiale.

Proprio ora è in chiusura la vostra mostra “Planet or Plastic“, incentrata sull’impatto ambientale delle nostre scelte e abitudini. Spero abbiate capito subito dove voglio arrivare. E’ una enorme contraddizione promuovere l’abolizione della plastica per il bene nostro e della Terra e allo stesso tempo promuovere la mortadella. Di seguito il link di un recente articolo che spiega il perchè (ma è solo uno dei tanti, che ormai da un annetto compaiono sulle maggiori testate nazionali): http://espresso.repubblica.it/attualita/2019/09/09/news/bistecca-peggio-della-plastica-1.338526

State ignorando che il mondo sta andando nella direzione opposta al consumo di carne: state ignorando il dibattito sui diritti animali (immagino che al museo non saranno proiettate le immagini dei macelli e degli allevamenti di maiali) e state ignorando che il consumo di carne sarà la nostra rovina in termini ecologici. Dimenticate (e farete dimenticare al pubblico) che dietro la mortadella ci sono degli esseri senzienti, che vengono considerati degli oggetti (un capitale) di nostra proprietà, la cui vita deve essere tolta e il cui corpo deve essere smembrato e manipolato per creare un business (solo perchè noi abbiamo voglia di mangiare proprio quello, come se non ci fosse nient’altro in natura…). Dimenticate inoltre che dietro l’industrializzazione della mortadella c’è anche l’industrializzazione della morte di queste creature, una catena di “smontaggio” che, “democratizzando” questo prodotto, una volta solo per i ricchi, sta contribuendo a inquinare l’unico pianeta che abbiamo.

Per concludere, viste tutte le positive mostre e iniziative da voi promosse e che ho spesso apprezzato, vi pregherei di riflettere ulteriormente sulla posizione da voi assunta in questo delicato ambito. Sono sicura che sapete fare meglio di così.

Ringraziandovi anticipatamente per l’attenzione che mi avrete dedicato, porgo cordiali saluti.

Dott.ssa Elisa Spilinga

Una lettera che con estrema chiarezza lancia un messaggio ben preciso, che condivido: abbiamo davvero bisogno di promuovere un alimento che genera sofferenza, morte ed ha un enorme impatto ambientale?
Mi unisco ad Elisa nel richiedere al responsabile sulla posizione assunta in questo ambito: di farlo soprattutto per quelle vite che vengono spezzate in nome della produzione della mortadella.

Consapevole dell’aspetto utopistico della richiesta (sappiamo bene tutti che dove c’è interesse economico il rispetto per l’esistenza scarseggia) invito chi è sufficientemente sensibile a disertare il Museo della Storia di Bologna in segno di protesta.

Personalmente non varcherò mai la soglia di un luogo “di cultura” dove viene promosso il culto della disfatta fisica animale. I maiali non esistono al mondo per divenire materia organica, fonte di guadagno per chi non sa ingegnarsi diversamente. Trovo vergognoso, nel 2019, non provare pena per azioni immorali protratte nel tempo in nome del lucro.

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Chi volesse condividere la propria opinione con il Museo può inviare una mail agli indirizzi seguenti:
stampa.comunicazione@genusbononiae.it
msb@genusbononiae.it

Grazie a nome di chi non può difendersi dalla crudeltà umana.

Carmen.

°°[Review] Novità SONDA: VegAgenda 2020°°

Sonda, casa editrice etica, per il sedicesimo anno consecutivo torna a proporre la sua VegAgenda. Diventata nel tempo un must have da tenere in borsa, valigetta o nello zaino, questa speciale agenda veg contiene preziosissime informazioni sullo stile di vita empatico e sul rispetto dell’ambiente e degli animali.

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Copertina semi-rigida flessibile dal caldo colore arancione, decorazioni sgargianti, segnalibro color celeste, rubrica per i numeri di telefono, la VegAgenda 2020 è composta da centinaia di pagine quadrettate dove annotare i propri impegni giornalieri.
Arricchiscono l’agenda le vignette del disegnatore Bruno Bozzetto e ben tre speciali rubriche: quella sulla salute a cura della dottoressa Silvia Goggi, quella dedicata alle golose ricette di Valentina Demelas e quella con tanti spunti e consigli sulla moda animal-free & cruelty-free della designer e blogger Stefania Sergi.

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Come nelle edizioni precedenti, anche questa del 2020 contiene al suo interno un inserto con tutti i locali green e vegan dove poter mangiare piatti 100% vegetali: B&B, ristoranti, bar, suddivisi regione per regione. E’ stato un piacere poter contribuire per il secondo anno consecutivo all’aggiornamento di questo inserto.

VegAgenda 2020 è disponibile in tutte le librerie fisiche d’Italia ma anche online sul sito di Sonda, Macrolibrarsi e IlGiardinoDeiLibri.
La mia? Ops.. La nostra?
Già sulla scrivania in attesa di essere utilizzata 🙂
Fate come Russell, non perdetevela!

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Carmen


Vegagenda 2020
Il libro-agenda dei lettori green

Voto medio su 14 recensioni: Da non perdere


 

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