°° L’Uccisione del Maiale °°
In occasione del Natale e visto che in questo periodo di “feste” i maiali sono fra gli animali più massacrati, ho deciso di condividere con voi una parte del libro autobiografico scritto nel 2016. Con la speranza che le mie parole possano arrivare dritte alla coscienza di chi, per caso, passa qui…

Il maiale è uno degli animali che ho avuto modo di conoscere da vicino durante la mia infanzia. Me li ricordo ancora, rinchiusi dentro il porcile collocato dietro casa dei miei nonni. Faceva parte della categoria degli animali di serie B, ovvero quelli che non se ne stavano tranquilli in giro, intorno casa, ma sul retro, nascosti ad ingrassare. Quasi sempre da solo, raramente in compagnia di un altro amico di sventura, questo animale veniva acquistato a pochi mesi di vita dai miei parenti per poi essere alimentato fino al giorno della sua condanna a morte, che cadeva per il periodo natalizio.
Quando ero piccola credevo che i maiali fossero animali cattivi e sporchi. Ero totalmente ignara del fatto che essi potessero diventare così per colpa di chi li teneva segregati in un metro quadrato dove lì dovevano mangiare, lì dovevano dormire e sempre lì dovevano fare i propri bisogni. Non li toccavo quasi mai, e se ci provavo lo facevo in presenza di qualche adulto perché avevo paura potessero mangiarmi la mano come mi avevano raccontato che era successo ad una bambina molto tempo prima. Li sfioravo due secondi con la punta delle dita sulla loro schiena. Non erano morbidi come i gatti, anzi, sembrava di accarezzare la spazzola di una scopa. Ricordo benissimo i momenti che passavo davanti a quelle sbarre rosse che tracciavano il confine e la separazione tra la mia libertà e la loro reclusione. Prendevo le mele lasciate dai nonni nel cestino che conteneva la frutta non buona per il nostro consumo e gliele lanciavo. Erano buffi da guardare quando correvano con quelle code attorcigliate verso il cibo. Mi faceva senso vederli grufolare con il grugno dentro le loro feci e qualche volta buttavo apposta la frutta là sulle deiezioni per vedere se nonostante ciò la mangiassero lo stesso. E loro lo facevano, poverini, mentre a me la cosa faceva ridere per lo schifo. Solo crescendo ho compreso che non c’era niente da ridere, e che se trovavo divertente una scena così tragica era solo e soltanto per una barriera mentale che dovevo abbattere. Il vero schifo stava nelle loro condizioni, nel modo in cui sopravvivevano fino alla morte che gli veniva imposta. Il maiale, come ho già detto, era uno degli animali “da carne” comprati dai miei nonni per ingrassare. L’uccisione di uno in particolare mi colpì profondamente, riuscendo a lasciarmi una ferita che non si è mai più chiusa.
Avevo quattro, forse cinque anni. Ero a casa dei nonni materni. Il ricordo è sempre limpido. Se socchiudo gli occhi vedo ancora quelle scene crude, sento ancora lo strillare della vittima. Era mattina presto. Avevo ancora addosso il pigiama pesante e ai piedi le ciabattine calde. Mia mamma mi disse di salire su in casa e di rimanere dentro senza scendere nel piazzale, davanti al capanno degli attrezzi dei nonni, perché dovevano fare una cosa e i bambini non potevano starci. Io, sempre stata curiosa, volevo sapere di cosa si trattasse. Non volle spiegarmi cosa dovessero fare e io insistetti perché volevo saperlo. << Devono uccidere il maiale >> mi disse, e io a quella risposta rimasi colpita. Mai avrei immaginato una risposta del genere. Chiuse la porta e scese giù anche lei, mentre io rimanevo da sola. Cosa può attraversare la mente di una bambina di pochi anni nel sentirsi dire una frase del genere? Cosa attraversava la mia mente? Ero chiusa in cucina, fuori faceva freddo, e riflettevo che se i nonni stavano per uccidere quel maiale che avevo visto dietro casa era solo perché era sporco e cattivo. Sì, era cattivo e quindi meritava di morire. Camminavo da una parte all’altra della stanza, come fanno gli adulti pensierosi, e meditavo. Perché anche i bambini meditano. Sapevo che non era giusto uccidere dal momento che me lo avevano detto anche all’asilo durante una lezione di religione tenuta da una suora, ma io continuavo a convincermi da sola che se i nonni lo stavano per fare era perché c’era un motivo valido dietro. Ci doveva essere per forza.
Chi è buono non viene ucciso, no?
Mentre pensavo, i primi strilli arrivarono chiari dal piazzale, giungendo fino alle mie orecchie, arrestando i miei pensieri. Attraversarono le pareti della casa, i vetri spessi ed appannati di condensa della porta della cucina che dava sul balcone. Rimasi come paralizzata, in silenzio, per capire di cosa si trattasse. Forse si era fatto male qualcuno. Credevo fosse un lamento solo, isolato, e invece poi continuai a sentire altri rumori spaventosi. Un grido, un altro e uno ancora, sempre più forte. Avevo realizzato che chi si era fatto male era il maiale che i nonni dovevano uccidere. Il lamentarsi di quel povero animale aumentò, sempre più forte, sempre più straziante. Dentro di me sembrava che stesse sparendo l’aria dai polmoni. Iniziavo a respirare a fatica. Mi tremavano le gambe, un senso di paura mi stava pervadendo. << Smettila di urlare! Smettila! >> iniziai a dire a voce più alta che potevo, portandomi il palmo di entrambe le manine sulle orecchie, con la speranza di riuscire ad allontanare quelle che erano richieste di aiuto implorate in una lingua che non conoscevo. Non fu sufficiente per smettere di sentire. Avrei voluto correre a nascondermi da qualche parte, ma avevo paura ad attraversare il corridoio buio di casa. Ero obbligata a stare in cucina. Il rumore era talmente tanto e così angosciante che alla fine presi coraggio. Nonostante il divieto di uscire di casa, invece di nascondermi aprii la porta per andare dagli altri. Scesi le scale che portavano al piazzale, facendo attenzione a non perdere le ciabattine dai piedi, e mi affacciai per vedere cosa stava succedendo.
E poi lo vidi.
Davanti al capanno degli attrezzi dei nonni vidi lui, il maiale, tenuto legato con delle corde per le zampe posteriori da due miei zii che non sapevo fossero arrivati quella mattina. Cercava di muoversi e di trovare una via di fuga mentre gridava. Cercava così disperatamente di divincolarsi che mio nonno per ostacolarlo prese un secchio bianco e glielo buttò sulla testa. Per un istante mi sentii dalla parte dei miei parenti. Nonno era riuscito a bloccarlo. Era un grande. Quel senso di appartenenza al gruppo degli oppressori però durò pochissimo. Pochi istanti dopo si ribaltò tutto, ed iniziai a vedere la scena da un’ottica totalmente nuova. Non stavo più dalla parte di quelle persone a cui volevo bene, non stavo più contro il maiale cattivo. Il maiale non era cattivo, e lo stavo capendo dal semplice fatto che non faceva nulla di male. Avrebbe potuto ferirli, morderli, e invece scappava. Non era cattivo. Non era lui, quello cattivo. Erano almeno in cinque: cinque contro un animale solo che voleva vivere e che stava lottando con tutte le sue forze per liberarsi. Non sapeva più dove andare e non avendo più la possibilità di vedere smise di divincolarsi. La pavimentazione del piazzale aveva ancora l’umido della notte trascorsa. L’animale lo sentiva sotto alle zampe e cercava di non scivolare ma di stare in piedi. Vidi allora un altro zio cogliere al volo quel momento di calma della vittima per avvicinarsi a lui. Aveva in mano un coltello affilato. Non feci in tempo ad urlare di non fargli del male che la lama era già dentro la gola del maiale. Fu spaventoso. Stavo per impazzire dal terrore. Vidi la lama entrare nella pelle di quel povero essere innocente. La vidi muoversi da un lato ad un altro e subito, tra i lamenti inascoltati del ferito, iniziò a fuoriuscire un fiume di sangue. Avevo la nausea, mi portai una mano alla bocca. Nonno gli tolse il secchio dalla testa e lo posizionò sotto al mento per raccoglierlo ed evitare che imbrattasse il piazzale. I sensi mi stavano abbandonando. Ancora qualche istante e sarei crollata a terra dalla paura. Chi sul serio iniziò a perdere sensi ed equilibrio fu invece il maiale, che a forza di sangue che fuoriusciva non aveva più energie né per gridare né per muoversi. Vidi nel frattempo nonna mantenere una pentola di acqua bollente, e un altro parente correre a prenderne un’enorme tazza per gettarla addosso al povero colpito a morte. Si alzarono le ultime grida, insieme al vapore misto a odore di pelle bruciata. La nausea aveva raggiunto l’apice. Mi mancava il respiro. Avevo gli occhi pieni di lacrime e completamente saturi dalla tanta violenza alla quale stavo assistendo. Realizzai che il maiale era sul punto di morire quando lo vidi, inerme, esser caricato su una tavola enorme. Non dava più segni di vita, era immobile nelle mani dei suoi aguzzini. Ad uccisione avvenuta l’attenzione smise di essere incentrata sulla vittima. Qualcuno si girò verso di me e mi vide intenta a guardare, sotto shock. Sentii pronunciare il mio nome in modo allarmato. Realizzando che non dovevo essere la, senza nemmeno fermarmi o rispondere corsi velocemente in casa, più forte che potevo cercando di non perdere le ciabattine dai piedi, e una volta rientrata in cucina mi buttai sopra al divano. Non riuscivo a credere a quello che avevo visto.
Qualche ora dopo, solo quando gli adulti iniziarono a rientrare in casa per sedersi a tavola e mangiare, ebbi la forza di scendere giù e di tornare nel piazzale davanti al capanno. Il sangue aveva formato dei rivoli che arrivavano fino a fuori il cancello di casa, raggiungendo la strada. Mi affacciai e vidi che la tavola sulla quale era stata bollita la pelle del maiale qualcuno l’aveva tolta e messa al suo posto in cantina. Rimaneva però quell’odore nauseante di vapore acqueo e di pelle bruciata. All’inizio non capivo dove fosse l’animale. Mi guardavo intorno alla sua ricerca. Poi lo vidi. Alzai gli occhi e scorsi il suo corpo appeso a due ganci, per le zampe posteriori. Era spaccato a metà e decapitato. Una scena spaventosa per me. Mi avvicinai ai resti piano piano, cercando di non sporcarmi le scarpe. Vidi le costole dall’interno, inclusa la spina dorsale, e la coda che adesso era dritta. Voltai lo sguardo poco più in là e, agganciata per la parte posteriore, trovai la testa. Gli occhi erano socchiusi. Sulla sua faccia era rimasta quell’espressione inequivocabile di sofferenza che solo chi è stato ucciso può avere per sempre. Mi veniva da piangere. Non riuscivo a trattenere le lacrime. Quella bocca che fino a poche ore prima emetteva lamenti adesso era immobile. Quel corpo che cercava una via di fuga non conteneva più vita. Le zampe che qualche ora prima scivolavano sulla pipì scappatagli dalla paura adesso erano distese. Quelle anteriori si protraevano quasi a voler toccare il terreno per l’ultima volta, senza riuscirci. Guardai il palmo della mia mano destra e lo portai a una delle guance del maiale per fargli una carezza. Non lo avevo mai potuto fare mentre era vivo. Lo stavo facendo per la prima volta, ora che non poteva più esserci una reazione, adesso che era morto. Provai pena, pietà, tristezza nel sentire sotto la mia pelle la sua, privata dei peli, resa morbida dall’acqua bollente. Piansi tantissimo. Non potei fare altro che continuare a far uscire lacrime dai miei occhi, con la speranza che non mi vedesse nessuno. Cosa avrebbero pensato i grandi? Cosa avrebbero detto nel vedermi intenta a toccare quello che a breve sarebbe diventato cibo da spartire? Nuove idee presero vita nella mia testa. Quel maiale non era cattivo. Non meritava di morire. Era una vita che voleva vivere.
Carmen Luciano
Contact form per richiedere l’autobiografia completa.
°°[Recensione] Pizza Vegan @ Ristorante Al Borgo – Lucca°°
Nuovo appuntamento con le recensioni! Dopo un po’ di tempo trascorso dall’ultima, oggi vi scrivo di un locale presente in Toscana, molto carino, che offre proposte vegan.
Si tratta del Ristorante Pizzeria Gourmet “Al Borgo”, non molto distante dalle mura della città di Lucca.
Conosciuto grazie al mio ragazzo, Al Borgo ha un’intera pagina di menù dedicata alle pizze con ingredienti 100% vegetali.
Gli impasti per le pizze sono di più tipologie (cereali, kamut, senza glutine, alla canapa) e sono lievitati 48-72 ore.
Le ultime due volte che sono stata a cena in questo locale ho scelto la pizza Tre Stagioni, che vi mostro in foto.
Una pizza dai bordi alti, soffice e leggera da digerire arricchita con friarielli, funghi, olive nere e delizioso formaggio vegetale dal sapore davvero ottimo.
*Dettaglio top: le olive. Tagliate a rondelline risultano mangiabili perfettamente senza l’imbarazzo di dover sputare il nocciolo, come spesso accade in locali meno accorti.
Oltre alle pizze, Al Borgo offre due opzioni vegan ( e gluten free) come dolce per chiudere in bellezza la serata.
Per la seconda volta ho scelto “Bianco Mangiare”, uno squisito dessert medievale in chiave vegan con mandorle, scaglie di cioccolato e marmellata di arance. Da provare assolutamente!
E adesso parliamo del resto: lo staff del locale è molto gentile. L’ambiente poi carino ed elegante. Unica nota discutibile: i prezzi delle pizze. In due si spende 24 euro, forse poco accessibile per tutti. Costo a parte, vale la pena almeno una volta (al mese) prenotare un tavolo e godersi la pizza vegan del Borgo. È buonissima come poche!
Alla prossima recensione.
– Carmen
°°La Risposta di Save The Children: Campagne Future più Rispettose°°
Cari lettori e cari lettrici, in merito alla vicenda degli animali “dono prezioso” per Save The Children, vi informo con il presente articolo che sono stata contattata da un responsabile dell’associazione. Come da accordi presi con tale figura, rendo pubblico il contenuto della mail per mettervi al corrente dei risvolti avuti dopo esserci attivati.
“Ciao Carmen,
sono Filippo Ungaro, il responsabile della comunicazione di Save the Children. Ho visto il tuo articolo pubblicato sul blog “Think green, live vegan, love animals”, e la petizionecollegata, relativo alla nostra Lista dei Desideri. Mi spiace tantissimo che la nostra campagna ha suscitato delle reazioni così forti e ha offeso la vostra sensibilità, di certo questo non era assolutamente il nostro intento.
Voglio però portare alla tua attenzione alcuni chiarimenti perché credo ci sia stato un equivoco. Sebbene, infatti, i regali della nostra Lista dei Desideri rappresentino interventi o oggetti salvavita per i bambini dei Paesi in cui operiamo, come specificato sul sito dedicato (savethechildren.it/listadeidesideri) “la descrizione dell’aiuto fornito da Save the Children è esemplificativa”.
Questo significa che il dono scelto non viene acquistato o spedito fisicamente, ma è solo un esempio per spiegare il valore di ogni singola donazione e far capire cosa possiamo fare con i fondi ricevuti. Non acquistiamo e spediamo, dunque, alcun animale attraverso queste donazioni. Non ci sogneremmo mai, ovviamente, di fare una cosa del genere e di sottoporre a sofferenze inutili gli animali. E’ vero che ci occupiamo di bambini ma teniamosempre bene a mente le regole della difesa dell’ambiente e di ogni essere vivente. Il benessere dei bambini, e spesso la loro sopravvivenza, è direttamente collegato a uno sviluppo sostenibile e quindi al rispetto della natura, e con essa degli animali.
È fondamentale sottolineare, tuttavia, che nei Paesi con alti livelli di malnutrizione, dove l’accesso al cibo è limitato e i bambini spesso possono nutrirsi solo di alimenti con un basso apporto nutrizionale che non consentono loro un adeguato sviluppo psicofisico, pulcini e caprette rappresentano la possibilità per una mamma di creare un piccolo allevamento domestico e avere la possibilità di alimentare i propri figli in maniera più completa, con il latte e le uova che sono infatti alimenti altamente proteici e che, soprattutto in bambini a rischio malnutrizione, possono favorire un corretto sviluppo e fare la differenza nella loro crescita.
Detto questo, non siamo noi a “importare” animali in loco o a suggerire “allevamenti intensivi” alle persone che aiutiamo. Questi animali fanno parte dell’economia domestica locale e vengono reperiti in loco.
Come detto, in tutti i nostri programmi prestiamo particolare attenzione al rispetto per l’ambiente e per la vita degli animali.
Ripeto, sono molto dispiaciuto se la campagna ha urtato la vostra sensibilità ma questo non era assolutamente la nostra intenzione.
Spero che questa mia email possa chiarire la questione ma rimango comunque a disposizione e aperto a qualsiasi tipo di confronto costruttivo.
Un saluto
Filippo”
Il dubbio sulla spedizione degli animali (chiarito dal responsabile nella sopra esposta email) era sorto a molti di voi che si erano preoccupati per gli animali. Ciò che invece ho voluto nuovamente precisare è che è il messaggio di per sé per nulla etico. Dire che un pulcino “è un dono prezioso” lascia intravedere quel tanto di visione antropocentrica capace di assoggettare qualsiasi essere vivente e di subordinarlo a qualsiasi volontà umana. I pulcini, come le caprette e tutte le restanti creature che popolano il mondo sono doni per se stessi, semplicemente. Ritengo doveroso continuare a precisare che ciascuno di noi deve avere il diritto di esistere, umani o non umani.

Ho chiesto dunque al responsabile se l’associazione avesse preso in considerazione l’idea di rimuovere il banner con la frase specista (ossia che favorisce una specie a discapito di altre) col pulcino reso oggetto, e la risposta è stata la seguente:
“Quanto al banner, purtroppo quest’anno la campagna è partita e sarebbe difficile interromperla, al di là della nostra home page.
Io capisco assolutamente le vostre ragioni e chiedo nuovamente scusa se abbiamo offeso la vostra sensibilità, cosa che non vorremmo mai fare né tantomeno mancare di rispetto agli animali.
Però, interrompere la campagna per noi sarebbe un danno dal punto di vista della raccolta fondi e quindi degli aiuti che possiamo portare a tanti bambini che contano su di noi.
Non si tratta quindi di una “normale” campagna pubblicitaria che porta profitti a delle persone attraverso la vendita di prodotti commerciali. Nel nostro caso si parla di aiuti concreti ai bambini.
Le posso però garantire che il prossimo anno metteremo la massima attenzione per non mancare di rispetto ad alcuno.
Spero che così possa andar bene per tutti.
La ringrazio”.
Concludo questo articolo ringraziando il responsabile di Save The Children per l’educato chiarimento, e per la sua promessa a nome dell’associazione di rispettare tutti.
Colgo l’occasione per ringraziare coloro che si sono attivati per difendere gli animali troppo spesso resi oggetto delle volontà umane, e coloro che credono come me nell’aiutare il prossimo senza danneggiare un altro prossimo.
Carmen.















Devi effettuare l'accesso per postare un commento.