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°°Diventeremo tutti vegan? All’inizio no. Ma alla fine sì°°

Quando è in atto un cambiamento è difficile tirare le somme e stabilire se esso rimarrà fermo a metà o vedrà il suo completamento nel tempo. C’è chi è totalmente fiducioso nella riuscita, e poi c’è chi è contrario e ne auspica il fallimento.

Oggi sappiamo che la trasformazione della società umana è incentrata sul salto di qualità empatico che influenza stile di vita ed alimentazione.
Dopo secoli trascorsi con i diritti umani come protagonisti, adesso è il turno di quelli delle altre specie.

Gli animali sono da sempre stati visti come beni di possesso, e conseguentemente collocati nella categoria posta al livello più basso della scala d’importanza dell’immaginario umano.
Se in principio poche personalità illustri, di spicco, hanno espresso rispetto e compassione nei confronti di queste vite, oggi è ormai diffusa l’idea che quanto l’umanità ha riservato loro nei secoli è una delle più grandi ingiustizie mai protratte nella storia.

Usati come cibo, abbigliamento, mezzo di spostamento, mezzo di intrattenimento e tanto altro. Gli animali non hanno mai goduto di alcun tipo di tutela.

La nascita di società vegetariane e vegane ha portato fra le persone informazione su uno stile di vita alternativo. La lotta animalista poi, nata pressoché una manciata di decine di anni fa, ha fatto passi enormi arrivando a numerose conquiste in tutto il mondo.

Ma oggi, con milioni di persone vegetariane e vegan disseminate fra tutti i continenti, con multinazionali e colossi commerciali che si aprono alla produzione 100% vegetale, cosa possiamo dire?
Saremo veramente tutti vegani in futuro?

La prima risposta che mi sento di dire è no.
Non saremo tutti vegani. Almeno non nell’immediato futuro.
Ci sono ancora tantissime persone che vivono ignare di quanto sia sbagliato e dannoso allevare animali e mangiarli. Ci sono ancora fin troppe realtà commerciali che non vogliono assolutamente perdere il loro “lavoro” e i propri clienti.
Gli interessi, in poche parole, sono ancora altissimi e gli introiti economici così ingenti da portare i coinvolti nella mattanza animale ad adottare qualsiasi strategia per dissuadere “le masse” dal diventare vegan. Media inclusi.
In più, non di poco conto, ci sono tutti coloro che della carne ad uso alimentare hanno una vera e propria dipendenza.

Il movimento vegan dunque è destinato a fallire nell’intento di portare equilibrio fra umani e animali?

No. Non credo.
Credo piuttosto nella citazione non puoi fermare un cambiamento la cui ora è giunta” (Victor Hugo). Se in un primo momento infatti non diventeranno tutti vegani, in un secondo momento invece ho idea che accadrà.
Ciò che quelli che lucrano sugli animali non tengono di conto è di tre fattori importanti:
1) La sensibilità
2) L’educazione al rispetto
3) L’emulazione

La sensibilità è strettamente collegata alla compassione, ed entrambe sono qualità innate e congenite di ciascuno di noi. Solo che in taluni esse sono assopite. Chi ha percezioni più sottili è capace di amplificare queste doti. Ciò è visibile già in alcuni bambini, che diverranno adulti distinti dagli altri. La sensibilità è contagiosa. Stare a contatto con chi ha rispetto per ogni forma di vita sensibilizza chi sta intorno.

L’educazione al rispetto invece sta alla base delle nuove famiglie vegane che si stanno formando proprio in questi anni. A differenza del rispetto stereotipato al quale siamo abituati ed iniziati sin da piccoli, il vero rispetto prevede l’alienarsi da ogni tipo di pensiero scorretto nei confronti degli animali. Significa non vedere il cavallo come un mezzo da traino e non vedere le pecore come esseri che “producono” lana, giusto per fare due esempi. Un’educazione di questo tipo rimane nell’individuo che la riceve a vita, rendendolo in grado di estenderla a chi lo circonda.

L’emulazione, come terzo fattore, è sottovalutata ma a mio avviso importantissima. I bambini, sin dallo stato neonatale, imparano a comunicare, ad esprimersi coi movimenti proprio emulando gli adulti. E’ attraverso l’emulazione che un bimbo o una bimba imparano a camminare, proprio vedendo gli altri in piedi. Ciò che ci circonda e i gesti di chi ci circonda dunque arrivano a noi come un qualcosa di naturale da copiare.
E’ proprio grazie all’emulazione che siamo giunti fino ad oggi ammazzando gli animali. I grandi mostravano ai ragazzini come si faceva spronandoli a fare lo stesso per imparare. I giovani, sentendosi grosse aspettative su di sé, obbedivano perché tali azioni erano messe in atto da familiari. E sappiamo bene quanto possa influire su un individuo il grado di parentela.
Se siamo arrivati fino ad oggi dunque mangiano gli animali, vestendo con i resti animali, guardando gli animali allo zoo, al circo o all’acquario è per mera emulazione.
In che modo quindi sarà la stessa emulazione a portarci a diventare vegani?
Semplice, con l’aumentare delle persone vegane stesse.
Se in un primo momento il cambiamento avverrà spontaneo in coloro che sono destinati a portare avanti e a diffondere un messaggio antispecista, alla fine sarà assorbito per “osmosi” anche da tutti gli altri. Esattamente come oggi, ancora per poco, nasciamo con la consapevolezza di compiere gesti normali, presto nasceranno nuove generazioni consapevoli che non mangiare animali sia assolutamente normale. Con la differenza che in un futuro vegano nessuno si sveglierà mai dal torpore della coscienza chiedendosi “ehi ma perché non uccidiamo nessuno?”.
Ciò che è giusto e ciò che non lo è lo sappiamo bene per natura. Tutti.
Come abbiamo accettato per fin troppo tempo il male, o di vivere in una società violenta senza batter ciglio, siamo in grado di accettare anche quanto di più giusto può esserci al mondo e di vivere nella più totale pace.

Chi pensa che una società sana con saldi principi dove nessun diritto viene calpestato sia utopia, dovrebbe prendere la macchina del tempo e tornare in epoche dove i diritti dei “neri” erano utopia. Dove i diritti delle “femmine”, erano utopia. Dove la vita umana poteva essere schiavizzata, barattata, venduta o annullata.
Oppure in quei periodi storici dove non esisteva la possibilità di esprimere la propria opinione, perché gli unici a saper scrivere e a poterlo fare erano coloro sottoposti al potere regio.

Agli albori di un cambiamento è quasi naturale la sfiducia nel processo di evoluzione. Ridicolo o no che possa sembrarci, il cambiamento accade e va avanti come un domino senza che possa essere fermato.
Fa parte di noi in un disegno umano che forse non tutti possono comprendere.
Non ci si sveglia da un giorno all’altro pensando “oggi voglio cambiare il mondo”. Accade e basta. Perché forse è così che deve andare.

Mi sento di dire che sono molto fortunata di essere nata nel XXI secolo, perché la liberazione degli ultimi rimarrà nella storia dell’umanità esattamente come le altre conquiste civili. E forse sarà l’evento più importante fra tutti.
Sono anche consapevole del lato triste di questo periodo storico, ossia quello di sentirsi spesso schiacciati da una società che non sento davvero mia, rea di essere avanguardista per diritti animali. Ma sono consapevole della mia importanza. E di quella di tutto coloro impegnati nella lotta per i diritti animali.
E non importa quanto soffriremo o staremo male. Il nostro impegno verrà ripagato.

Chissà se un giorno gli archeologi del futuro andranno alla ricerca di ciò che ha portato alla scintilla del cambiamento. Chissà se esisterà sempre internet, e se i pensieri scritti su siti e blog verranno riportati alla luce come pergamene d’Egitto. Sarebbe bellissimo far capire ai posteri come abbiamo usato, dalla sua diffusione su larga scala ad oggi, il mondo di internet per difendere il mondo reale e tutti i suoi abitanti.

 

Carmen

°° L’Uccisione del Maiale °°

In occasione del Natale e visto che in questo periodo di “feste” i maiali sono fra gli animali più massacrati, ho deciso di condividere con voi una parte del libro autobiografico scritto nel 2016. Con la speranza che le mie parole possano arrivare dritte alla coscienza di chi, per caso, passa qui…

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Il maiale è uno degli animali che ho avuto modo di conoscere da vicino durante la mia infanzia. Me li ricordo ancora, rinchiusi dentro il porcile collocato dietro casa dei miei nonni. Faceva parte della categoria degli animali di serie B, ovvero quelli che non se ne stavano tranquilli in giro, intorno casa, ma sul retro, nascosti ad ingrassare. Quasi sempre da solo, raramente in compagnia di un altro amico di sventura, questo animale veniva acquistato a pochi mesi di vita dai miei parenti per poi essere alimentato fino al giorno della sua condanna a morte, che cadeva per il periodo natalizio.

Quando ero piccola credevo che i maiali fossero animali cattivi e sporchi. Ero totalmente ignara del fatto che essi potessero diventare così per colpa di chi li teneva segregati in un metro quadrato dove lì dovevano mangiare, lì dovevano dormire e sempre lì dovevano fare i propri bisogni. Non li toccavo quasi mai, e se ci provavo lo facevo in presenza di qualche adulto perché avevo paura potessero mangiarmi la mano come mi avevano raccontato che era successo ad una bambina molto tempo prima. Li sfioravo due secondi con la punta delle dita sulla loro schiena. Non erano morbidi come i gatti, anzi, sembrava di accarezzare la spazzola di una scopa. Ricordo benissimo i momenti che passavo davanti a quelle sbarre rosse che tracciavano il confine e la separazione tra la mia libertà e la loro reclusione. Prendevo le mele lasciate dai nonni nel cestino che conteneva la frutta non buona per il nostro consumo e gliele lanciavo. Erano buffi da guardare quando correvano con quelle code attorcigliate verso il cibo. Mi faceva senso vederli grufolare con il grugno dentro le loro feci e qualche volta buttavo apposta la frutta là sulle deiezioni per vedere se nonostante ciò la mangiassero lo stesso. E loro lo facevano, poverini, mentre a me la cosa faceva ridere per lo schifo. Solo crescendo ho compreso che non c’era niente da ridere, e che se trovavo divertente una scena così tragica era solo e soltanto per una barriera mentale che dovevo abbattere. Il vero schifo stava nelle loro condizioni, nel modo in cui sopravvivevano fino alla morte che gli veniva imposta. Il maiale, come ho già detto, era uno degli animali “da carne” comprati dai miei nonni per ingrassare. L’uccisione di uno in particolare mi colpì profondamente, riuscendo a lasciarmi una ferita che non si è mai più chiusa.

 

Avevo quattro, forse cinque anni. Ero a casa dei nonni materni. Il ricordo è sempre limpido. Se socchiudo gli occhi vedo ancora quelle scene crude, sento ancora lo strillare della vittima. Era mattina presto. Avevo ancora addosso il pigiama pesante e ai piedi le ciabattine calde. Mia mamma mi disse di salire su in casa e di rimanere dentro senza scendere nel piazzale, davanti al capanno degli attrezzi dei nonni, perché dovevano fare una cosa e i bambini non potevano starci. Io, sempre stata curiosa, volevo sapere di cosa si trattasse. Non volle spiegarmi cosa dovessero fare e io insistetti perché volevo saperlo. << Devono uccidere il maiale >> mi disse, e io a quella risposta rimasi colpita. Mai avrei immaginato una risposta del genere. Chiuse la porta e scese giù anche lei, mentre io rimanevo da sola. Cosa può attraversare la mente di una bambina di pochi anni nel sentirsi dire una frase del genere? Cosa attraversava la mia mente? Ero chiusa in cucina, fuori faceva freddo, e riflettevo che se i nonni stavano per uccidere quel maiale che avevo visto dietro casa era solo perché era sporco e cattivo. Sì, era cattivo e quindi meritava di morire. Camminavo da una parte all’altra della stanza, come fanno gli adulti pensierosi, e meditavo. Perché anche i bambini meditano. Sapevo che non era giusto uccidere dal momento che me lo avevano detto anche all’asilo durante una lezione di religione tenuta da una suora, ma io continuavo a convincermi da sola che se i nonni lo stavano per fare era perché c’era un motivo valido dietro. Ci doveva essere per forza.
Chi è buono non viene ucciso, no?
Mentre pensavo, i primi strilli arrivarono chiari dal piazzale, giungendo fino alle mie orecchie, arrestando i miei pensieri. Attraversarono le pareti della casa, i vetri spessi ed appannati di condensa della porta della cucina che dava sul balcone. Rimasi come paralizzata, in silenzio, per capire di cosa si trattasse. Forse si era fatto male qualcuno. Credevo fosse un lamento solo, isolato, e invece poi continuai a sentire altri rumori spaventosi. Un grido, un altro e uno ancora, sempre più forte. Avevo realizzato che chi si era fatto male era il maiale che i nonni dovevano uccidere. Il lamentarsi di quel povero animale aumentò, sempre più forte, sempre più straziante. Dentro di me sembrava che stesse sparendo l’aria dai polmoni. Iniziavo a respirare a fatica. Mi tremavano le gambe, un senso di paura mi stava pervadendo. << Smettila di urlare! Smettila! >> iniziai a dire a voce più alta che potevo, portandomi il palmo di entrambe le manine sulle orecchie, con la speranza di riuscire ad allontanare quelle che erano richieste di aiuto implorate in una lingua che non conoscevo. Non fu sufficiente per smettere di sentire. Avrei voluto correre a nascondermi da qualche parte, ma avevo paura ad attraversare il corridoio buio di casa. Ero obbligata a stare in cucina. Il rumore era talmente tanto e così angosciante che alla fine presi coraggio. Nonostante il divieto di uscire di casa, invece di nascondermi aprii la porta per andare dagli altri. Scesi le scale che portavano al piazzale, facendo attenzione a non perdere le ciabattine dai piedi, e mi affacciai per vedere cosa stava succedendo.

E poi lo vidi.

Davanti al capanno degli attrezzi dei nonni vidi lui, il maiale, tenuto legato con delle corde per le zampe posteriori da due miei zii che non sapevo fossero arrivati quella mattina. Cercava di muoversi e di trovare una via di fuga mentre gridava. Cercava così disperatamente di divincolarsi che mio nonno per ostacolarlo prese un secchio bianco e glielo buttò sulla testa. Per un istante mi sentii dalla parte dei miei parenti. Nonno era riuscito a bloccarlo. Era un grande. Quel senso di appartenenza al gruppo degli oppressori però durò pochissimo. Pochi istanti dopo si ribaltò tutto, ed iniziai a vedere la scena da un’ottica totalmente nuova. Non stavo più dalla parte di quelle persone a cui volevo bene, non stavo più contro il maiale cattivo. Il maiale non era cattivo, e lo stavo capendo dal semplice fatto che non faceva nulla di male. Avrebbe potuto ferirli, morderli, e invece scappava. Non era cattivo. Non era lui, quello cattivo. Erano almeno in cinque: cinque contro un animale solo che voleva vivere e che stava lottando con tutte le sue forze per liberarsi. Non sapeva più dove andare e non avendo più la possibilità di vedere smise di divincolarsi. La pavimentazione del piazzale aveva ancora l’umido della notte trascorsa. L’animale lo sentiva sotto alle zampe e cercava di non scivolare ma di stare in piedi. Vidi allora un altro zio cogliere al volo quel momento di calma della vittima per avvicinarsi a lui. Aveva in mano un coltello affilato. Non feci in tempo ad urlare di non fargli del male che la lama era già dentro la gola del maiale. Fu spaventoso. Stavo per impazzire dal terrore. Vidi la lama entrare nella pelle di quel povero essere innocente. La vidi muoversi da un lato ad un altro e subito, tra i lamenti inascoltati del ferito, iniziò a fuoriuscire un fiume di sangue. Avevo la nausea, mi portai una mano alla bocca. Nonno gli tolse il secchio dalla testa e lo posizionò sotto al mento per raccoglierlo ed evitare che imbrattasse il piazzale. I sensi mi stavano abbandonando. Ancora qualche istante e sarei crollata a terra dalla paura. Chi sul serio iniziò a perdere sensi ed equilibrio fu invece il maiale, che a forza di sangue che fuoriusciva non aveva più energie né per gridare né per muoversi. Vidi nel frattempo nonna mantenere una pentola di acqua bollente, e un altro parente correre a prenderne un’enorme tazza per gettarla addosso al povero colpito a morte. Si alzarono le ultime grida, insieme al vapore misto a odore di pelle bruciata. La nausea aveva raggiunto l’apice. Mi mancava il respiro. Avevo gli occhi pieni di lacrime e completamente saturi dalla tanta violenza alla quale stavo assistendo. Realizzai che il maiale era sul punto di morire quando lo vidi, inerme, esser caricato su una tavola enorme. Non dava più segni di vita, era immobile nelle mani dei suoi aguzzini. Ad uccisione avvenuta l’attenzione smise di essere incentrata sulla vittima. Qualcuno si girò verso di me e mi vide intenta a guardare, sotto shock. Sentii pronunciare il mio nome in modo allarmato. Realizzando che non dovevo essere la, senza nemmeno fermarmi o rispondere corsi velocemente in casa, più forte che potevo cercando di non perdere le ciabattine dai piedi, e una volta rientrata in cucina mi buttai sopra al divano. Non riuscivo a credere a quello che avevo visto.

Qualche ora dopo, solo quando gli adulti iniziarono a rientrare in casa per sedersi a tavola e mangiare, ebbi la forza di scendere giù e di tornare nel piazzale davanti al capanno. Il sangue aveva formato dei rivoli che arrivavano fino a fuori il cancello di casa, raggiungendo la strada. Mi affacciai e vidi che la tavola sulla quale era stata bollita la pelle del maiale qualcuno l’aveva tolta e messa al suo posto in cantina. Rimaneva però quell’odore nauseante di vapore acqueo e di pelle bruciata. All’inizio non capivo dove fosse l’animale. Mi guardavo intorno alla sua ricerca. Poi lo vidi. Alzai gli occhi e scorsi il suo corpo appeso a due ganci, per le zampe posteriori. Era spaccato a metà e decapitato. Una scena spaventosa per me. Mi avvicinai ai resti piano piano, cercando di non sporcarmi le scarpe. Vidi le costole dall’interno, inclusa la spina dorsale, e la coda che adesso era dritta. Voltai lo sguardo poco più in là e, agganciata per la parte posteriore, trovai la testa. Gli occhi erano socchiusi. Sulla sua faccia era rimasta quell’espressione inequivocabile di sofferenza che solo chi è stato ucciso può avere per sempre. Mi veniva da piangere. Non riuscivo a trattenere le lacrime. Quella bocca che fino a poche ore prima emetteva lamenti adesso era immobile. Quel corpo che cercava una via di fuga non conteneva più vita. Le zampe che qualche ora prima scivolavano sulla pipì scappatagli dalla paura adesso erano distese. Quelle anteriori si protraevano quasi a voler toccare il terreno per l’ultima volta, senza riuscirci. Guardai il palmo della mia mano destra e lo portai a una delle guance del maiale per fargli una carezza. Non lo avevo mai potuto fare mentre era vivo. Lo stavo facendo per la prima volta, ora che non poteva più esserci una reazione, adesso che era morto. Provai pena, pietà, tristezza nel sentire sotto la mia pelle la sua, privata dei peli, resa morbida dall’acqua bollente. Piansi tantissimo. Non potei fare altro che continuare a far uscire lacrime dai miei occhi, con la speranza che non mi vedesse nessuno. Cosa avrebbero pensato i grandi? Cosa avrebbero detto nel vedermi intenta a toccare quello che a breve sarebbe diventato cibo da spartire? Nuove idee presero vita nella mia testa. Quel maiale non era cattivo. Non meritava di morire. Era una vita che voleva vivere.

 

Carmen Luciano


 

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°° Diventare Vegan: Una Scelta Importante Che cambierà la Tua Vita °°

Questo articolo è dedicato a tutte le persone che, in punta di piedi, dopo anni vissuti nella Stanza delle Bugie hanno trovato la porta socchiusa della Camera della Ricerca della Verità ed esitano ad entrarvi.

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Perchè diventare Vegan?
Beh, in realtà la domanda migliore da porsi è ” Perchè non diventare vegan? “.

Diventare vegan permette di varcare la soglia di una dimensione nuova. E’ normale aver timore di intraprendere qualcosa di diverso, al quale non siamo abituati.
L’abitudine da tranquillità e sicurezza. Ma siamo sicuri che quella sicurezza sia basata sul giusto?
Purtroppo no.
Crescere costretti a credere che mangiare gli animali sia giusto non mette in gabbia solo loro, ma anche le nostre menti.
L’uomo ha una capacità incredibile di elaborare idee, concetti, pensieri..
Siamo anime infinite limitate da un corpo.
Siamo tutt’uno con ciò che ci circonda se lo vogliamo,
ma chi ha deciso di fare della nostra preziosa vita qualcosa che genera business materiale non ci vuole in grado di ragionare.
Non ci vogliono grandi pensatori.
La storia dell’umanità lo insegna: tutti i grandi filosofi sono sempre stati perseguitati, rifiutati, torturati. Solo secoli dopo sono stati compresi, perchè le loro idee erano avanti centinaia di anni.
Ma forse non erano loro avanti, erano tutti gli che li circondavano ad esser rimasti in dietro.

Tornando al veganismo, diventare vegan vuol dire per la prima volta fare una scelta.
Dalla nascita infatti viviamo di non-scelte.
Scelgono gli altri per noi, e questo non è giusto perchè limita il nostro essere.
Fino a quando non siamo in grado di alimentarci da soli e di camminare sulle nostre gambe le scelte altrui possono essere accettate come aiuto, ma poi no. Dopo basta.

Quando ho scelto di diventare vegetariana a 12 anni per me è stato come rompere le catene che avevo ai polsi.
Stavo attraversando la fase di passaggio, importantissima, dalla vita da bambina alla vita da adolescente. Per me il mondo degli adulti era da sempre stato visto come una meta importante da raggiungere e ne avevo stima.
Scoprire con la forza della volontà e della curiosità cosa mi veniva nascosto è stato un trauma. Non lo nego.
Non credevo che i bambini venissero presi così tanto in giro.

E’ sbagliato prendere in giro i bambini, trattarli da stupidi, modificare la realtà per fargli credere cose che non esistono. Capiscono benissimo e sono molto più avanti di noi.
Dovremmo smettere di credere che più passano gli anni dalla nascita più ci avviciniamo a uno stato evoluto. Per me è esattamente l’opposto: più anni passano dalla nostra nascita, più ci allontaniamo dalla natura, dal vero.
Ed è li che dobbiamo tornare, è li che dobbiamo rimanere aggrappati.

Io ho vissuto credendo che gli animali morissero di vecchiaia e quindi a 8 anni, periodo in cui ho iniziato a voler capire di più su ciò che mi circondava, mistificavo la loro morte.
Io credevo che il loro non esistere più permettesse a me di esistere.
Ero grata a loro ma vivevo di antropocentrismo forzato.
Il sapore dei loro corpi non mi piaceva e lo rifiutavo ed è stato questo disgusto innato, questo tener presente delle sensazioni che ha smosso tutto.
Ho passato 4 anni seduta per ore a tavola masticando quell’ammasso di cellule sotto i denti, senza riuscirle a deglutire.
Quando ho scoperto poi che quei poveri animali non morivano di vecchiaia ma venivano uccisi dopo aver vissuto nemmeno 1/10 della loro esistenza nella più totale schiavitù mi sono ribellata.
Mi sono sentita una bambina schiacciata dalle bugie dei grandi che non aveva intenzione di rimanere a terra. Non avevo intenzione di diventare adulta così. Piuttosto avrei preferito non diventare mai adulta.
Ho reagito, ho pianto, ho riflettuto e ho scelto.
Sembra difficile da credere ma è così: a 12 anni ho preso la decisione più importante della mia vita.

Quando arriviamo a scegliere veramente qualcosa che vogliamo, la sensazione che si prova è di libertà mista a leggerezza.
Decidere di non ingerire più esistenze ti fa sentire una persona migliore, e lo sei per davvero!
Quei corpi martoriati che portiamo alla bocca purtroppo hanno dentro energie negative, contengono sofferenza, tristezza, terrore, dolore.. e noi ci alimentiamo di tutto questo.

Che tu ci creda oppure ancora no, non siamo qui sulla Terra per governare sugli altri animali.
Siamo abitanti del pianeta come tutti gli altri. Ospiti.
Non c’è niente di più bello del condividere la vita e le esperienze che si possono fare con altri, qualsiasi sia la loro specie di appartenenza.
Gli animali sono compagni di viaggio speciali e da loro possiamo imparare tanto.
Vivono sotto una specie di incantesimo che li costringe a vivere prevalentemente di istinto, ma sono esseri paradisiacamente perfetti.

Vivono la loro vita senza arrecare nessun tipo di inquinamento alla natura che li ha generati.
Dell’esistenza di ciascun animale niente deturpa la Terra.
Dalla Natura essi nascono e nella Natura essi muoiono, tornando a far parte del Tutto.
E io voglio far parte del Tutto!

Se mi paragono a una bellissima gazzella mi sento in forte minoranza:
la mia esistenza lede al pianeta a causa di tutte queste invenzioni anche frivole umane di cui io dispongo. La realtà è che vorrei sbarazzarmi di tutto e tornare a stare a stretto contatto con la natura.
Mi rendo conto però che per arrivare a questo è necessario che passi del tempo.

Come è passato tanto tempo che ha permesso all’uomo di denaturizzarsi, dovrà passare altro tempo per permettergli di capire che gran parte di ciò che ha fatto è vano e che deve ritrovare il legame con ciò che lo circonda.

Il veganismo quindi è un processo di iniziazione del ritorno alle origini.
Diventare vegan oltre a permetterti di scegliere per la prima volta qualcosa, ti permette di vivere in maniera diversa.
Ne giova il tuo fisico: meno appesantito e più vitale;
Ne giova la tua mente: più libera grazie all’assenza di preconcetti;
Ne giova l’ambiente: meno inquinato dai rifiuti derivati dalle industrie che avvelenano l’ecosistema;
Ne giovano gli animali: hanno il diritto di esistere esattamente come te e la loro vita è sacra esattamente come la tua.

Sicuramente passeranno tanti anni prima che l’uomo impari a rispettare il pianeta che lo ospita, ma quello stadio evolutivo di ritorno alle origini arriverà solo se iniziamo da oggi a cambiare.
Il cambiamento è necessario se non vogliamo condannare all’estinzione la specie umana e tutte le altre che vivono con noi su questo Pianeta .
Stiamo distruggendo tutto ed è ormai noto a chiunque cosa abbiamo combinato, di quali crimini ci siamo macchiati la coscienza.
Non dobbiamo per forza abbandonare le strumentazioni di cui disponiamo: basta accostarle a energie rinnovabili e fonti con zero impatto ambientale.

Non è mai troppo tardi per riparare i danni che abbiamo fatto.
ma dobbiamo partire da adesso, da ora, da questo istante.

Il consumo di carne ha distrutto vite innocenti e sta distruggendo anche il paradiso terrestre che avremmo dovuto apprezzare e non stravolgere.
Smettendo di alimentarci con i corpi degli altri animali diminuirà vertiginosamente l’inquinamento che riversiamo sulla Natura che, dopo millenni, non è più in gradi di sostenere.
Si parla di miliardi di animali uccisi ogni anno. MILIARDI.
Ti sei mai chiesto dove vanno a finire i litri di sangue che scorrono nelle vene di ogni singolo animale appartenente a quei miliardi di vite macellate?
Fiumi di sangue, cataste di ossa e spoglie seppellite sotto la Terra.
Abbiamo distrutto un equilibrio perfetto creato da nemmeno si sa quale Genio, e la pagheremo a caro prezzo.
Forse tutte le lacrime che verseremo nemmeno arriveranno a lavare le nostre coscienze sporcate per sempre.

Io ho già deciso un decennio fa di far parte della schiera di umani intenzionati a farsi perdonare e a cambiare per continuare a far vivere questo Pianeta. Non siamo pochi, siamo tanti, sempre di più.

Tu da che parte stai?


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