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[Cascina] Asinello Sofferente Tenuto Solo e Legato con una Corda

Care lettrici e cari lettori,

questo articolo per mettervi al corrente di una situazione a dir poco incresciosa che si sta manifestando nella cittadina di Cascina, nella provincia di Pisa, più precisamente nell’area dell’abbazia di San Savino.
In uno spazio verde del complesso di proprietà della chiesa vi è la presenza di un asino tenuto costantemente solo, legato con una corda, che versa in evidente stato di sofferenza. L’animale, chiamato dalle persone del posto “Paolino”, giace spesso sdraiato su un fianco per non stazionare sulle zampe per una probabile laminite (infiammazione degli arti) che lo limita nei movimenti.

La presenza del povero asinello legato mi è stata segnalata da una persona un mese fa, a dicembre, poco dopo il periodo natalizio. Essendovi nel giardinetto un presepe, in un primo momento la persona segnalante aveva creduto che fosse tenuto lì per fungere da decoro vivente per la rappresentazione della natività. Una briosa conversazione telefonica avuta con il parroco (già noto alla stampa per il suo amore francescano per le altre specie) e un primo sopralluogo a Cascina ci hanno portato a realizzare che l’animale non era di proprietà della chiesa, bensì di un privato cittadino che da tempo lo lascia stazionare lì legato quando non lo ripone nella stalla.

Comprendendo la gravità della situazione, ho allertato il presidente Sonny Richichi dell’associazione IHP Italian Horse Protection, che quotidianamente si attiva per contrastare maltrattamenti e abusi ai danni degli equidi. Con Sonny, una volontaria IHP e un veterinario ippiatra ci siamo recati all’abbazia di San Savino il 31 dicembre scorso. L’animale giaceva sdraiato a terra, in evidente stato di malessere.
Quando una donna si è avvicinata per portargli delle carote, la creatura si è alzata e facendo qualche passo a fatica ha iniziato a mangiare, non prima di aver tentato di sferrare un morso.

<<È qui da sempre. Ha circa 24 anni. Le persone arrivano e gli portano da mangiare. I nostri bambini sono cresciuti con lui e lui è felice quando li vede, raglia e fa le scorregge per la felicità. È felice anche quando vede i nostri cani>> queste sono alcune delle parole che ci sono state riferite da una persona sopraggiunta sul posto assieme ad altre (di cui una con fare minaccioso), allarmate per le attenzioni verso l’asinello.

foto: CarmenLuciano.com

Il veterinario ippiatra di IHP, presente durante il sopralluogo, già da un controllo visivo ha constatato che l’animale presentava dei problemi.
La mattina stessa del 31 dicembre, vista la necessità urgente di far visitare l’animale, è partita la chiamata verso i carabinieri forestali di San Giuliano Terme.
I controlli, come da classico copione italiano sui diritti animali, sono avvenuti solo attorno all’8 gennaio 2025. Per i veterinari USL? Tutto nella norma.

IHP ha denunciato la cosa sui propri canali social per mettere la cittadinanza al corrente di ciò che sta accadendo:
“Tra Natale e Capodanno ci siamo occupati di una segnalazione riguardante un asino di circa vent’anni, notato da molti cittadini in condizioni di disagio e sofferenza, spesso tenuto legato con una corda in un giardino limitrofo alla strada trafficata, che mostrava un’evidente zoppia e dolore agli arti anteriori che lo porta a stare sdraiato per molto tempo (condizione innaturale per un equide e quindi sintomo di sofferenza).
Siamo andati a parlare col proprietario il quale ci ha liquidato dicendo che l’asino in cura da parte di un veterinario. Siamo riusciti a rintracciare il veterinario in questione, il quale ci ha dichiarato di non essere competente per gli equidi, di aver visto l’asino solo occasionalmente e di non essere in grado di fare una visita approfondita e una diagnosi. Siamo quindi ritornati sul posto 31 dicembre chiedendo l’intervento dei carabinieri, forti anche del parere di un veterinario ippiatra che ci ha confermato che i sintomi sono riconducibili a una possibile laminite acuta. I carabinieri non sono intervenuti: ci hanno chiesto un esposto scritto, promettendo di attivarsi in tempi brevi. Ma invece sono passati ben 8 giorni prima del sopralluogo effettuato insieme all’USL. Con sconcerto abbiamo appreso che veterinari e carabinieri (e parliamo dei CC Forestale Reparto a cavallo di San Rossore!) si sono limitati a chiedere informazioni al proprietario, il quale ha raccontato che l’asino è in cura per un ascesso, esibendo un farmaco. Senza verificare che fosse stata fatta una visita accurata e una diagnosi, e senza quindi verificare da quali patologie sia veramente affetto l’animale, i funzionari (che, ricordiamo, sono chiamati a tutelare il benessere animale) hanno scritto nero su bianco di non aver trovato alcun riscontro al nostro esposto!
È un fatto gravissimo. Abbiamo già inviato una seconda denuncia, spiegando e motivando le lacune del loro intervento e chiedendo un nuovo intervento urgente di sequestro.
L’asino è di un privato ed è detenuto nelle adiacenze della “Badia San Savino”, la cui parrocchia però non c’entra con la gestione dell’animale. Siamo intenzionati ad andare fino in fondo, con tutte le azioni a nostra disposizione, perché non è possibile che in questo Paese la legge contro il maltrattamento degli animali venga svilita in questo modo. A brevissimo aggiorneremo sulla situazione”

In data odierna, 23 gennaio 2025, a quasi un mese dalla segnalazione pervenuta da un uomo stanco di vedere l’animale in quelle condizioni, la situazione all’abbazia di San Savino non è cambiata: l’asinello continua a stare accasciato su un fianco, tenuto da solo e legato in questo fazzoletto di terra di proprietà della chiesa. L’ennesimo sopralluogo effettuato dal presidente Richichi di IHP ha mostrato uno scenario sconcertante: una creatura in evidente bisogno di cure lasciata sola. Tutto questo con il benestare dei veterinari dell’USL che, come ripeterò sempre, godono della stessa stima che nutro nei confronti dei macellai.
QUI il video del sopralluogo di IHP.

Una situazione agghiacciante, al limite del verosimile, che non si può tollerare in una società che si crede superbamente ‘civile’ ma senza esserlo sul serio.

Chiedo dunque alle persone sensibili, quelle che aborrono l’idea che una creatura senziente sia lasciata da sola una vita intera senza poter godere della vitale compagnia di un proprio simile con cui interagire, e che versa in stato di sofferenza, di scrivere una mail al Comune di Cascina affinché si attivi per far cessare questa angosciosa vicenda.

Email tipo da inviare:

Gentile Sindaco di Cascina,
ho appreso che nell’area dell’abbazia di San Savino, nel vostro comune, è presente un asinello di circa 24 anni tenuto spesso legato con una corda, da solo. Diversi sopralluoghi effettuati dall’associazione IHP, Italian Horse Protection, anche assieme a un ippiatra esperto, hanno esplicitato che l’animale potrebbe soffrire di laminite acuta che lo porta a sofferenza fisica. L’associazione ha allertato i carabinieri forestali e vi è stato un intervento anche dell’ASL veterinaria, ma niente è stato risolto: l’animale continua a versare nelle stesse condizioni, bisognoso di cure e di compagnia.
Da primo cittadino le chiedo di intervenire prendendo pubblicamente le distanze da questa detenzione, ed attivandosi affinché la creatura finisca la sua esistenza in un centro di recupero animali dove non mancheranno mai le cure e le attenzioni che merita.
Distinti saluti.

Nome, cognome, città

Da inviare a: sindaco@comune.cascina.pi.it
con in CC/CCN: thinkgreen.livevegan.loveanimals@gmail.com


Con la speranza di darvi presto buone notizie, ringrazio anticipatamente chi vorrà unirsi in questa azione per salvare questa povera creatura.


Carmen Luciano
Blogger per i diritti animali




Intolleranti ai Derivati Animali OK, Vegan KO: Analisi Sociale e Riflessioni

Care lettrici e cari lettori,
l’articolo che pubblico oggi è incentrato su una riflessione che merita di essere condivisa con voi, riguardante la differenza nell’atteggiamento sociale destinato a chi non consuma animali o loro derivati per ragioni salutistiche (intolleranza e allergie) o religiose e a chi invece non ne consuma per ragioni morali.

In foto: un anello da naso destinato ai vitellini e alle vitelline affinché, nel tentativo di succhiare latte alle mammelle delle loro madri, le feriscano spingendole ad allontanarsi. Strumenti di violenza nel settore zootecnico che spezza legami materni.



Qualche giorno fa il mio compagno ed io abbiamo fatto un pranzo veloce fuori casa fermandoci a prendere del cibo al reparto panetteria di un punto vendita di una nota catena di supermercati. Consapevoli che in alcuni prodotti da forno vengono utilizzati ingredienti di origine animale, tipo lo strutto (grasso suino, principalmente) ci siamo assicurati che le nostre scelte fossero 100% vegetali con olio d’oliva e senza latte/formaggi/mozzarella.
“Per caso contiene latte o strutto questa focaccina con i pomodori?” ho chiesto alla dipendente che era dietro al bancone in attesa delle nostre scelte.
“No, è all’olio di oliva e non contiene latte” mi ha risposto, mentre ne inseriva nel sacchetto due per pesare il tutto sulla bilancia. Chiuso il sacchetto, ce lo ha consegnato per confezionare della cecina (torta di ceci). Mentre attendevamo quella, ho letto – come faccio sempre – gli ingredienti riportati sulla fascia di carta adesiva per sincerarmi che fosse tutto ok.
Sorpresa!
Nelle focaccine al pomodoro c’era il burro.
Facciamo presente alla dipendente che purtroppo gli alimenti che ci ha confezionato contengono latte, e le diciamo se gentilmente può rimetterli a posto, avendo guanti e possibilità di farlo nella più totale igiene. “Mi avete chiesto se contenevano latte e infatti il latte non c’è, c’è il burro” ci risponde, come se il latte fosse latte e il burro fosse burro.
Le faccio presente che il burro è un derivato del latte, e che non lo consumiamo.
Ci orientiamo verso altro tipo di schiacciate per completare il nostro pranzo da asporto quando la dipendente esordisce con un sorriso rassicurante, dicendo “vi suggerisco di prendere gli alimenti nel reparto senza lattosio se siete intolleranti al latte“. Probabilmente pensava che fossimo due persone che, poverine per loro, per ragioni di salute non potevano consumare derivati animali. La sorpresa per lei è arrivata quando il nostro responso non ha combaciato con le sue aspettative: “la ringraziamo, ma non siamo intolleranti al lattosio, semplicemente non consumiamo derivati animali per ragioni etiche e morali“.
Dopo questa informazione giunta da parte nostra, la dipendente ha cambiato espressione.
Lo sguardo, prima rassicurante e benevolo, si è fatto serio e la maschera di gentilezza ha lasciato il posto a una nuova, più austera: non eravamo persone a cui la natura ha imposto di ‘privarci’ di determinati alimenti, eravamo persone che volontariamente avevano deciso di ‘privarsi’ di quei determinati alimenti, pertanto ‘artefici del nostro stesso male’.

Avete mai notato come cambia l’atteggiamento nei confronti di chi non consuma derivati animali o animali se la ragione di fondo è legata a scelte volontarie e non esterne ed arbitrarie?
Una persona che per motivi religiosi non consuma il corpo di un determinato animale, viene compresa subito e rispettata: è la religione che ha scelto per lei, pertanto merita rispetto. Se il rispetto viene meno, si grida al razzismo, alla xenofobia e all’intolleranza religiosa punita dalla legge.
Se una persona, non per motivi religiosi ma per libera volontà personale, decide di non mangiare NESSUN ANIMALE, quel rispetto viene meno e subentrano astio, incomprensione, ostilità e spesso anche derisione.

Perché accade questo?
Provo a dare una risposta.

Credo che, in una società basata su modus vivendi, scelte e stili di vita dettati dall’alto che cadono addosso per effetto domino ai subalterni (noi, comuni cittadine e cittadini), si tenda a tollerare e ad accettare una determinata caratteristica quando questa è scaturita da decisioni esterne subite passivamente, come può essere la religione. Per abitudine e indottrinamento, alle masse non turbano i tratti salienti se la salienza è determinata da scelte non prese direttamente dall’individuo ma da realtà esterne.
In poche parole, quando si è cittadini e cittadine obbedienti a qualcosa (politica, religione, regole, tradizioni), va bene. Quando invece le decisioni vengono prese per ragioni, motivi, sentimenti interni, scatta l’astio che solo la libertà riesce a generare in coloro che a livello inconscio sanno di non averla.

Nella nostra società, chi decide di voler prendere le distanze dalla ‘normalità’ – una normalità socialmente costruita e naturalizzata come vera – è incompreso, e per taluni merita finanche derisione, ghettizzazione e scherno, per il fatto che ha deciso in autonomia di non sottostare a decisioni che ricadono su tutte le persone. Ne ho prova quotidianamente sulla mia pagina Facebook, dove ogni giorno raccolgo commenti denigratori verso chi, come me, per scelta non finanzia la violenza ai danni degli animali.
Tutto dunque ruota attorno all’obbedienza: chi non obbedisce a regole sociali, alle convenzioni e alla normativa, è un elemento problematico che non si allinea, non si omologa e che quindi deve essere represso.

Perché questa insofferenza verso chi decide, autonomamente, di non sottostare a regole violente, come quella del consumare corpi animali?

La risposta potrebbe essere più semplice ed evidente di quanto non sembri: chi non ha il coraggio di ribellarsi alle ingiustizie, teme chi riesce a farlo. Teme, invidia, odia l’altro, diverso da sé, per le caratteristiche l’altro ha e che non riesce a raggiungere.

Disallinearsi, alienarsi dalla violenza, rifiutarsi di sostenere ingiustizie sono atti di quotidiana rivoluzione possibili solo a persone consapevoli, forti e determinate.
Coraggio, forza, determinazione, disinteresse verso il giudizio esterno e senso di giustizia purtroppo non sono qualità per tutti: ci sono persone che, talmente assuefatte e schiave del sistema, non riescono a spezzare le catene immaginarie che hanno ai polsi.

L’invito per chi ha già compreso e abbracciato uno stile di vita empatico, è quello di continuare senza dubbi né incertezze: l’amore verso ogni forma di vita è l’unica verità che conosciamo.
A chi invece nutre astio verso le persone sopra descritte, il mio invito è quello a deporre le armi sociali, realizzando che ogni regola, ogni realtà deve essere analizzata e valutata, prima di essere accettata ad occhi chiusi. Quando li avrete aperti, noterete una società violenta, che si arroga il diritto di far male ad altre esistenze, e che potrebbe diventare un genere virtuoso e positivo se solo venisse meno alla cieca obbedienza verso regole speciste.


Buona riflessione.


Carmen Luciano

“Non si può chiamare Formaggio”: Diffidato il Caseificio Vegano di Barbara Ferrante

La lingua è in costante evoluzione. Le e i parlanti, in questo infinito mutamento che rompe ogni vincolo calato dall’alto, giocano da sempre un ruolo fondamentale. Secoli di intrecci fra etnie e dialoghi fra persone dalla cultura e dal livello sociale variegato hanno dato vita a processi linguistici che ci hanno portato fino al linguaggio odierno, ricco di espressioni che affondano le radici in un passato più o meno recente. Sostantivi che oggigiorno utilizziamo quotidianamente possono dunque avere un’etimologia particolare e specifica. È il caso della parola FORMAGGIO.

“Il termine formaggio, che utilizziamo per indicare un alimento fatto con il latte animale, deriva dal francese antico formage, che a sua volta – essendo il francese una lingua romanza come l’italiano – deriva dal latino medievale formatĭcum. Alla lettera, significava ‘messo in una forma‘. In questo caso notiamo come il sostantivo impiegato per indicare il contenitore ha determinato anche il suo contenuto, in termini linguistici. Sorte analoga per l’odierno sostantivo ‘fegato‘: in latino era ‘iecur ficatum’, di cui ‘iecur‘ era l’organo interno degli animali, e ‘ficatum‘ stava a descrivere la preparazione con i fichi. Oggi non associamo più la parola fegato ai fichi, ma sono proprio i fichi ad aver determinato il sostantivo fegato”.

Sarebbe stato utile se queste nozioni di linguistica generale e di filologia romanza, che ho avuto modo di apprendere durante il mio percorso universitario Triennale e Magistrale presso l’Università di Pisa, fossero state seguite con attenzione anche dai protagonisti di questa triste vicenda di cui vi sto per parlare e che ruota attorno proprio al sostantivo ‘formaggio‘.

Barbara Ferrante, vegana e attivista per i diritti animali nonché proprietaria di un caseificio dove si producono ‘formaggi’ 100% vegetali, ha recentemente ricevuto una diffida da parte del Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità Alimentare e delle Foreste, fra le varie cose, per aver definito sui social gli alimenti interamente vegetali che produce a San Giovanni in Persiceto, nella provincia di Bologna, “formaggi vegani” e “alternativa vegetale al formaggio“.

Tale diffida, giunta attraverso il Dipartimento dell’Ispettorato Centrale della Tutela della Qualità e della Repressione Frodi dei Prodotti Agroalimentari – Ufficio Italia Nord-Est, sarebbe pervenuta poiché il termine “formaggio” utilizzato per indicare i suoi alimenti di origine vegetale sarebbe un’informazione non regolare (art. 17 del Reg. (UE) n. 1169/2011, Reg. (UE) n. 1308/2013). Per la legge, solo i prodotti di origine animale, realizzati con latte di altre specie, possono chiamarsi “formaggio”. Una decisione che sembra un puntiglio manzoniano, se si riflette e pensa che il formaggio di origine animale non è altro che SECREZIONE MAMMARIA CAGLIATA (spesso proprio con caglio di origine animale, ossia abomaso dei lattanti ) DI FEMMINE ANIMALI INGRAVIDATE, SFRUTTATE, COSTRETTE A PARTORIRE CICLICAMENTE E MANDATE AL MACELLO e messo in una ‘forma‘.

Agli occhi di persone avanguardiste, consapevoli che le varie normative in vigore nei secoli umani spesso non combaciano con l’etica né con un certo livello di sensibilità, tutto questo appare assurdo come oggi è ritenuto assurdo che lo scrittore francese Flaubert nel 1857, all’età di 35 anni, sia stato denunciato assieme alla sua opera “Madame Bovary” per immoralità. Le cieche leggi del tempo non riuscivano a vedere l’assenza di una volontà di base di corrompere la società, come forse oggi non si riesce a comprendere che se un proprietario vegan, di un’azienda vegan produce un “formaggio” vegan, non vuole né fare concorrenza sleale a chi campa sullo sfruttamento di esseri senzienti quali sono gli animali “da latte”, né ingannare consumatori e consumatrici. Tutt’altro.

Nel frattempo, mentre in Italia il Ministero dell’Agricoltura si occupa di queste imprese di cui faccio fatica a trovare l’aggettivo giusto, la Corte di Giustizia UE ha accolto il ricorso di quattro aziende francesi contro un decreto parigino che vietava l’uso del termine “salsiccia” per indicare alimenti di origine vegetale. Il “meat sounding” è stato dichiarato lecito (articolo qui).


Come comportarsi davanti a queste gesta orwelliane?
• Purtroppo non solo Barbara Ferrante ha ricevuto una contestazione simile. Ci sono altre realtà empatiche che hanno subito attacchi. Gli interessi nel settore zootecnico e agroalimentare sono alti ed è probabile che queste attività emergenti siano viste come scomode. Consumatori e consumatrici hanno il potere incentrato nelle proprie mani: continuare a sostenere attività 100% vegan, gestite da persone che non consumano animali, è necessario.
Aumentare gli acquisti e il sostegno verso di loro, evitando di finanziare quelle realtà che si ergono sulla sofferenza animale, è un messaggio chiaro che si lancia al Ministero stesso.
Il Ministero sarà anche della “Sovranità Alimentare”, ma noi non siamo sudditi e suddite, e le altre specie non sono nostre schiave.

• Le varie associazioni animaliste e tutte le altre realtà nazionali che appoggiano la filosofia di vita vegan DEVONO unirsi e istituire una società vegana italiana, come quella inglese, mossa da soli nobili principi e dalla volontà di rendere il veganismo una filosofia riconosciuta dalla Legge, tutelata come ogni altra minoranza di pensiero e religione.

Inoltre, reputo che sia doveroso esternare il nostro dissenso e schierarsi dalla parte di chi lavora non a discapito degli animali, lanciando un messaggio CHIARO: non siamo pochi, non siamo poche, siamo un movimento in costante crescita che cambierà radicalmente il destino di miliardi di animali.


Ecco dunque che vi invito a inviare una mail di dissenso indirizzata al Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità Alimentare e delle Foreste, al ministro Lollobrigida, al Dipartimento dell’Ispettorato Centrale della Tutela della Qualità e della Repressione Frodi dei Prodotti Agroalimentari – Ufficio Italia Nord-Est. Testo da poter utilizzare:

“Gentile Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità Alimentare e delle Foreste
Gentile Ministro Lollobrigida
Gentile Dipartimento dell’Ispettorato Centrale della Tutela della Qualità e della Repressione Frodi dei Prodotti Agroalimentari – Ufficio Italia Nord-Est

con la presente comunicazione scritta intendo esternare la mia vicinanza a Barbara Ferrante, titolare del Caseificio Vegano di San Giovanni in Persiceto (BO), che recentemente ha ricevuto una diffida per aver utilizzato il termine “formaggio” e “alternative vegetali al formaggio” per definire i suoi alimenti di origine vegetale. Dal punto di vista filologico ed etimologico, il termine “formaggio”, che utilizziamo per indicare un alimento fatto con il latte animale, deriva dal francese antico formage, che a sua volta – essendo il francese una lingua romanza come l’italiano – deriva dal latino medievale formatĭcum. Alla lettera, significava ‘messo in una forma‘. In questo caso notiamo come il sostantivo impiegato per indicare il contenitore ha determinato anche il suo contenuto, in termini linguistici. Sorte analoga per l’odierno sostantivo ‘fegato‘: in latino era ‘iecur ficatum’, di cui ‘iecur‘ era l’organo interno degli animali barbaramente uccisi, e ‘ficatum‘ stava a descrivere la preparazione con i fichi. Oggi non associamo più la parola fegato ai fichi, ma sono proprio i fichi ad aver determinato il sostantivo fegato. Questo solo per citare due esempi, di cui il primo assolutamente pertinente con questa situazione.
Trovo quasi un puntiglio manzoniano che si arrivi a tanto. Non nutro alcun dubbio sulle intenzioni della signora Ferrante, mossa invece da genuina volontà di cambiare le sorti delle vittime dell’industria zootecnica attraverso il suo nobile lavoro basato sulla produzione di alimenti privi di sfruttamento animale. Da parlante, da persona consumatrice, ritengo che l’uso del termine “formaggio” per indicare alimenti interamente vegetali sia utile per economia di linguaggio, e che “alternativa vegetale al formaggio” indichi chiaramente – anche a chi purtroppo ancora consuma corpi animali – che quel determinato alimento non contiene nulla di origine animale. Un “formaggio vegetale” è logico che sia fatto non con il latte, latte che – se proprio si vuol essere puntigliosi – andrebbe definito per ciò che è: secrezione mammaria di creature mammifere di altre specie animali che viene sottratto loro per scopi commerciali. E pensare che il latte è un alimento specie specifico: ogni madre dovrebbe allattare il proprio cucciolo.
Concludo questa missiva per ricordarvi che, sebbene esista una sovranità alimentare, cittadini e cittadine non configurano sudditanza, e che le altre specie non sono a loro volta nostre schiave.
Sarà un processo lungo, come tutti quelli che si sono manifestati lungo i secoli e millenni della storia per apportare migliorie alla nostra specie, ma anche la Legge dovrà comprendere presto che le altre esistenze della Terra sono esseri senzienti e non prodotti.

Distinti saluti.

Nome, Cognome, Città


Da inviare a:
icqrf.nordest@masaf.gov.it 
LOLLOBRIGIDA_F@CAMERA.IT
ministro@masaf.gov.it

Indirizzo email da inserire in CCN:
thinkgreen.livevegan.loveanimals@gmail.com


Grazie a chi deciderà di schierarsi dalla parte di chi difende gli animali.


Carmen Luciano, Vegan Blogger
Dottoressa Magistrale in Lingue, Letterature e Filologie Euroamericane

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