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[Livorno] Presentazione Libro P. B. Shelley Pensatore Antispecista @ Libreria Coop Porta a Mare

Care lettrici e cari lettori,

siete tutte e tutti invitati alla nuova presentazione del mio libro Percy Bysshe Shelley Pensatore Antispecista, edito da Carmignani Editrice, che avrà luogo 𝐬𝐚𝐛𝐚𝐭𝐨 𝟐𝟐 𝐦𝐚𝐫𝐳𝐨 𝟐𝟎𝟐𝟓 alle ore 18.00 presso la Libreria 𝐂𝐨𝐨𝐩 𝐏𝐨𝐫𝐭𝐚 𝐚 𝐌𝐚𝐫𝐞 di Livorno.

Sarà un incontro dedicato alla divulgazione dei nobili ideali del poeta inglese riguardo alla difesa degli animali e a quella della dieta vegetale da lui abbracciata in giovane età, ma sarà anche un momento di cultura incentrato sulla sua presenza, fisica e poetica, in questa suggestiva città di mare.

Conduce 𝐆𝐢𝐨𝐯𝐚𝐧𝐧𝐢 𝐃𝐞 𝐏𝐞𝐩𝐩𝐨, Attivista Antispecista, con la partecipazione di 𝐌𝐚𝐭𝐭𝐞𝐨 𝐆𝐢𝐮𝐧𝐭𝐢, Storico dell’Associazione Livorno delle Nazioni, e di 𝐁𝐚𝐫𝐛𝐚𝐫𝐚 𝐌𝐮𝐠𝐧𝐚𝐢, Attivista Antispecista e Attrice di teatro, che leggerà una delle più belle liriche di Shelley composte proprio a Livorno.

Copie del saggio saranno disponibili presso la Libreria Coop, acquistabili con possibilità di essere firmate con dedica 🖊📚

Vi aspetto con piacere! ✨

www.carmenluciano.com/PercyByssheShelley

Lettera Aperta a Red Canzian: Se Mangi Derivati Animali e Acciughe, NON SEI VEGANO

Care lettrici e cari lettori,

da qualche giorno sta girando in rete un’intervista rilasciata da un personaggio pubblico riguardante l’alimentazione veg(etari)ana che ha generato non poche perplessità: si tratta dell’intervista di Gambero Rosso a Red Canzian dei Pooh.

Nell’articolo, pubblicato lo scorso 29 gennaio, Red racconta del suo rapporto con l’alimentazione che – come egli stesso afferma – non contempla il consumo di corpi animali da circa 30 anni.
Ciò che, giustamente, ha destato perplessità nel mondo antispecista sta nella confusione che il messaggio presente in tale articolo genera e viene diffuso: Red si definisce vegano, pur dichiarando di consumare uova e formaggi dei contadini. “Se ho voglia di mangiarmi un pezzo di formaggio, se ne so la provenienza, se so che non proviene da animali sfruttati in allevamenti intensivi, ma perché no”. Questa è la motivazione spicciola che lo spingerebbe a mangiare derivati animali, perché lui non vuole “essere estremista in nulla“, né “talebano“. L’apice viene toccato quando nell’intervista dichiara che “non bisogna scandalizzarsi se ogni tanto uno mangia un uovo o un pezzo di formaggio, ma anche se uno mangia la pizza con sopra le acciughe. Che sarà mai? Non è quello il male“.
L’intervista, fra le varie domande e risposte, si conclude con altre esternazioni del tutto discutibili: che “in Italia abbiamo un tofu che fa veramente pena, che sa di polistirolo”, che la sua cena ideale contempla “un pezzo di formaggio, fatto da quelli giusti, un pezzo di Asiago di mucche al pascolo che vivono benissimo”.

Vista la natura del pensiero diffuso mediante l’intervista, data la necessità di difendere la vita degli animali, eccomi qui a scrivere due righe pubbliche per chiarire alcuni concetti che, se non faranno chiarezza nella mente del diretto interessato, possono sicuramente portare lettori e lettrici alla riflessione:

Caro Red,
sono diventata vegetariana nel 2002 quando avevo 12 anni, e vegana successivamente a 21 nel 2011.
L’unico motivo che mi ha portata a smettere di gravare sulla vita degli animali è stato il forte amore per loro nato assieme a me. Solo quello. Mi dicevano che sarei morta e che avrei avuto carenze: si sbagliavano. Nulla di tutto ciò è accaduto e ho notato enormi benefici nella salute che vengono sicuramente dopo alla salute degli animali. Sono nipote di contadini che avevano animali ‘da cortile’, e posso garantire al mondo intero che la violenza rimane violenza, anche se la detenzione è estensiva. Perché i contadini più che voler bene agli animali, vogliono BENI dai loro corpi, ed è per questo che li assoggettano contro la loro volontà perpetuando un continuum specista.
Il fatto che da 30 anni non mangi cadaveri animali – sì, chiamiamo la materialità delle esistenze per ciò che è senza usufruire della differenziazione linguistica tra corpi animali e umani, strumento per costruire culturalmente una separazione fra noi e le altre specie – e che ti impegni per diffondere un certo tipo di consapevolezza alimentare è positivo, ma le tue esternazioni a Gambero Rosso non lo sono appieno, e ti spiego perché.
Viviamo in un momento storico in cui, grazie a i media e ai social, ogni messaggio può arrivare a un numero indefinito di persone. Il problema nasce se tale messaggio contiene un’affermazione inesatta o non veritiera: ciò può causare confusione su ampia scala, come accaduto con te, che si ripercuote sul movimento in difesa degli animali e su tutti coloro che hanno deciso di non sostenere più la violenza sugli animali. È il caso della differenza di significato tra vegetariano e vegano. Fino a quando, come tu stesso hai fatto, ci si dichiarerà ‘vegani’ pur affermando di mangiare derivati animali, continuerà ad esistere l’idea che chi ha smesso di mangiare animali e loro derivati corporei possa esserlo lo stesso a priori, anche se di tanto in tanto fa ‘strappi alla regola’.
Perché virgoletto? Perché nella lotta per il riconoscimento dei diritti animali non esistono regole scritte da seguire, leggi, dettami, dogmi a cui essere fedeli: si seguono la ragione, il sentimento di giustizia e di rispetto per ogni forma di vita. Quando si apre la mente, si fa evolvere la propria coscienza e soprattutto si innalza la propria consapevolezza, non esistono momenti in cui si viene meno a quegli ideali e a quel sentimento di protezione, rispetto e tutela nei confronti delle altre creature della terra. Rispettare gli animali SEMPRE, senza anteporre le proprie papille gustative alla loro vita, viene naturale. Nel 1944 Elsie Shrigley e Donald Watson hanno coniato il neologismo vegan (dal punto di vista linguistico è un processo definito ‘mid-clipping’ del termine veg(etari)an) per creare un movimento nuovo, geminato dal vegetarianismo inglese, per indicare una persona che non consuma né corpi né derivati animali. Purtroppo a quei tempi, dopo un secolo dalla nascita della Vegetarian Society, il termine ‘vegetarian‘ aveva perso il significato originario a causa di chi aveva introdotto e normalizzato le ‘eccezioni’, ossia il consumo di derivati corporei delle altre specie.
Per quale motivo dunque definirsi vegano quando nel concreto sei una persona vegetariana?
Per onestà intellettuale – ma anche per rispetto nei confronti di chi si è tanto prodigato per diffondere consapevolezza, pure a livello linguistico – bisogna saper utilizzare i termini che il linguaggio umano accoglie.
La tua intervista per Gambero Rosso poteva essere un’occasione preziosa per stare dalla parte degli animali e lanciare un messaggio a favore della liberazione delle altre creature.. ma ricalcando le parole del professor Pietro Ratto, non si può chiedere a un melo di produrre arance.
Ci sono diversi punti dell’articolo che vanno criticati per morale ed etica: l’uso dei termini ‘talebano’ ed ‘estremista’, l’angelicazione dell’allevamento estensivo, l’insofferenza verso le critiche di chi non mangia animali (nemmeno le acciughe) e la demonizzazione del tofu.
Credo sia il caso di smetterla di abusare del termine ‘talebano‘ da accostare al movimento antispecista e vegano. Cosa significa talebano? Significa “studente integralista islamico, membro di un’organizzazione politico-militare, che ha imposto autoritariamente la legge coranica in Afghanistan, dove è stata al potere dal 1996 al 2001”. La maggior parte di noi, Red, non segue alcuna religione e le rinnega per la condizione di assoggettamento in cui ha ridotto l’umanità, che in nome di questa e quella divinità si è macchiata di sangue innocente umano e animale. Vegano | talebano è un puro ossimoro. Anche ‘estremista‘ è ormai abusato come termine. Decidere di non far del male agli animali e non gravare più sulla loro vita non ha nulla di drastico, anzi: è un ritorno all’origine compassionevole della nostra specie, corrotta da violenza normalizzata. Dico sempre che non esistono estremismi ma due estremità come di una retta, dove da un lato abbiamo lo specismo (assoggettamento delle altre specie, uso dei loro corpi, animali alla mercé umana) e dall’altro l’antispecismo. Qualcosa mi dice che viaggi più verso il primo.
Passiamo adesso all’angelicazione degli allevamenti estensivi. Tu parli dei piccoli allevatori che detengono vacche come fossero custodi dell’Eden dove queste creature vengono lasciate esistere, e dai cui corpi viene prelevato latte per fare i formaggi che tanto ti piacciono. Cosa non ti è chiaro della profonda ingiustizia che risiede nell’assoggettare esseri senzienti non consenzienti? I fattori, i contadini, possiedono animali per trarre qualcosa da loro. Più che il loro bene, ripeto, vogliono da loro dei beni: il latte e le uova nel caso delle galline.
Vedi perché sei vegetariano e non vegano? Perché i vegetariani hanno una forma mentis ancora specista dove gli animali vengono visti come produttori di qualcosa, dove non vi è nulla di male nel pretendere ciò che fuoriesce dai loro organismi ‘in cambio di cibo e protezione’ (quanto spesso si sentono dire queste cose!). L’antispecismo invece rivoluziona il tutto, sfata miti e spezza le catene degli stereotipi legati alle specie, liberando gli animali dall’idea che essi debbano darci qualcosa.
Per quale ragione, Red, mangiare formaggi fatti con il latte di femmine animali? Il latte è un alimento specie specifico indispensabile per le creature neonate affinché crescano e siano pronte per lo svezzamento. Quale specie sfrutta le donne umane per ottenere dai loro seni latte da far cagliare e da consumare a discapito dei neonati umani? Il motivo per cui probabilmente non riesci a rinunciare a questi alimenti processati, del tutto evitabilissimi e non indispensabili, potrebbe risiedere nella dipendenza che creano: lo spiega il dottor Neal Barnard, che ho avuto il piacere di conoscere di persona. Latte e formaggio creano dipendenza come l’eroina. La natura non fa niente a caso: tale influenza sui mammiferi è dettata dal bisogno di portare la creatura neonata, che non ha ancora piena consapevolezza, ad attaccarsi al seno della madre per alimentarsi. Ma tu, Red, e tutte le persone vegetariane e onnivore che consumano formaggi, forse su questo non hai riflettuto molto. Pensi forse con le papille gustative, disinteressandoti al fatto che quei formaggi sono fatti con latte che non spetta a te. Cosa provano le vacche nel vedere intromettersi gli umani nel legame con i loro figli? Dove finiscono questi figli che devono necessariamente nascere affinché le ghiandole mammarie di queste femmine siano attive e produttive? Che fine fanno queste madri munte a ‘fine carriera’? Non credo che i tuoi amici allevatori celebrino loro il funerale, Red.

Parliamo adesso delle uova: le galline che ‘muoiono di vecchiaia’ nelle aie di esseri umani che le detengono sono discendenti di quegli esemplari attinti dalla natura e messi in cattività, che di generazione in generazione hanno perso le caratteristiche originarie sotto al peso della sottomissione. Le uova non sono altro che ovuli, come quello che ogni (circa) 28 giorni espelle l’organismo femminile umano se non fecondato, delle galline. Perché mangiare ovuli di altre femmine, quando nessun animale mangia i nostri di noi femmine, donne umane? Perché le galline li fanno lo stesso? E anche se li fanno lo stesso, perché mangiarli? Non le potete lasciare stare queste creature e usare farina di ceci per creare innumerevoli piatti?

Tu dici che mangiare della pizza con le acciughe non è niente di male: ti sei mai immedesimato in quelle creature che perdono la vita per finire su un piatto? Stiamo parlando di esserini piccolissimi che meritano rispetto tanto quanto gli animali di dimensioni più grandi.

Vedi Red.. quando si vive in un mondo sottomesso da una specie sola, e si fa parte proprio di quella specie, tante cose sfuggono. Può sfuggire il fatto che il dominio sia una costruzione sociale e culturale, che in realtà siamo solo un tassello del mosaico e null’altro, e che gli animali non ci debbono alcunché. Molte persone si sono spolverate di dosso la vetusta idea che l’umanità sia padrona di ogni altra creatura e del pianeta intero.
Spero che presto anche a te accada di comprendere quanto sia profondamente ingiusto pretendere dalle altre specie qualcosa, e quanto invece sia necessario lasciarle vivere in pace lontano dai nostri capricci e dalle nostre papille gustative che dobbiamo educare e abituare ad altri sapori.
Ci hanno fatto credere che la sottomissione delle altre specie sia dolce, quando non vi è niente di più amaro al mondo.

Chi è vegan non sostiene nessun tipo di utilizzo degli animali, né pretende dalla loro esistenza alcunché per soddisfare bisogni propri.

Buona riflessione e buon accrescimento di consapevolezza.


Carmen Luciano
Dott.ssa in Lingue, Letterature e Filologie Euroamericane
Blogger per il riconoscimento dei diritti animali
Autrice di ‘Percy Bysshe Shelley Pensatore Antispecista

Intolleranti ai Derivati Animali OK, Vegan KO: Analisi Sociale e Riflessioni

Care lettrici e cari lettori,
l’articolo che pubblico oggi è incentrato su una riflessione che merita di essere condivisa con voi, riguardante la differenza nell’atteggiamento sociale destinato a chi non consuma animali o loro derivati per ragioni salutistiche (intolleranza e allergie) o religiose e a chi invece non ne consuma per ragioni morali.

In foto: un anello da naso destinato ai vitellini e alle vitelline affinché, nel tentativo di succhiare latte alle mammelle delle loro madri, le feriscano spingendole ad allontanarsi. Strumenti di violenza nel settore zootecnico che spezza legami materni.



Qualche giorno fa il mio compagno ed io abbiamo fatto un pranzo veloce fuori casa fermandoci a prendere del cibo al reparto panetteria di un punto vendita di una nota catena di supermercati. Consapevoli che in alcuni prodotti da forno vengono utilizzati ingredienti di origine animale, tipo lo strutto (grasso suino, principalmente) ci siamo assicurati che le nostre scelte fossero 100% vegetali con olio d’oliva e senza latte/formaggi/mozzarella.
“Per caso contiene latte o strutto questa focaccina con i pomodori?” ho chiesto alla dipendente che era dietro al bancone in attesa delle nostre scelte.
No, è all’olio di oliva e non contiene latte” mi ha risposto, mentre ne inseriva nel sacchetto due per pesare il tutto sulla bilancia. Chiuso il sacchetto, ce lo ha consegnato per confezionare della cecina (torta di ceci). Mentre attendevamo quella, ho letto – come faccio sempre – gli ingredienti riportati sulla fascia di carta adesiva per sincerarmi che fosse tutto ok.
Sorpresa!
Nelle focaccine al pomodoro c’era il burro.
Facciamo presente alla dipendente che purtroppo gli alimenti che ci ha confezionato contengono latte, e le diciamo se gentilmente può rimetterli a posto, avendo guanti e possibilità di farlo nella più totale igiene. “Mi avete chiesto se contenevano latte e infatti il latte non c’è, c’è il burro” ci risponde, come se il latte fosse latte e il burro fosse burro.
Le faccio presente che il burro è un derivato del latte, e che non lo consumiamo.
Ci orientiamo verso altro tipo di schiacciate per completare il nostro pranzo da asporto quando la dipendente esordisce con un sorriso rassicurante, dicendo “vi suggerisco di prendere gli alimenti nel reparto senza lattosio se siete intolleranti al latte“. Probabilmente pensava che fossimo due persone che, poverine per loro, per ragioni di salute non potevano consumare derivati animali. La sorpresa per lei è arrivata quando il nostro responso non ha combaciato con le sue aspettative: “la ringraziamo, ma non siamo intolleranti al lattosio, semplicemente non consumiamo derivati animali per ragioni etiche e morali“.
Dopo questa informazione giunta da parte nostra, la dipendente ha cambiato espressione.
Lo sguardo, prima rassicurante e benevolo, si è fatto serio e la maschera di gentilezza ha lasciato il posto a una nuova, più austera: non eravamo persone a cui la natura ha imposto di ‘privarci’ di determinati alimenti, eravamo persone che volontariamente avevano deciso di ‘privarsi’ di quei determinati alimenti, pertanto ‘artefici del nostro stesso male’.

Avete mai notato come cambia l’atteggiamento nei confronti di chi non consuma derivati animali o animali se la ragione di fondo è legata a scelte volontarie e non esterne ed arbitrarie?
Una persona che per motivi religiosi non consuma il corpo di un determinato animale, viene compresa subito e rispettata: è la religione che ha scelto per lei, pertanto merita rispetto. Se il rispetto viene meno, si grida al razzismo, alla xenofobia e all’intolleranza religiosa punita dalla legge.
Se una persona, non per motivi religiosi ma per libera volontà personale, decide di non mangiare NESSUN ANIMALE, quel rispetto viene meno e subentrano astio, incomprensione, ostilità e spesso anche derisione.

Perché accade questo?
Provo a dare una risposta.

Credo che, in una società basata su modus vivendi, scelte e stili di vita dettati dall’alto che cadono addosso per effetto domino ai subalterni (noi, comuni cittadine e cittadini), si tenda a tollerare e ad accettare una determinata caratteristica quando questa è scaturita da decisioni esterne subite passivamente, come può essere la religione. Per abitudine e indottrinamento, alle masse non turbano i tratti salienti se la salienza è determinata da scelte non prese direttamente dall’individuo ma da realtà esterne.
In poche parole, quando si è cittadini e cittadine obbedienti a qualcosa (politica, religione, regole, tradizioni), va bene. Quando invece le decisioni vengono prese per ragioni, motivi, sentimenti interni, scatta l’astio che solo la libertà riesce a generare in coloro che a livello inconscio sanno di non averla.

Nella nostra società, chi decide di voler prendere le distanze dalla ‘normalità’ – una normalità socialmente costruita e naturalizzata come vera – è incompreso, e per taluni merita finanche derisione, ghettizzazione e scherno, per il fatto che ha deciso in autonomia di non sottostare a decisioni che ricadono su tutte le persone. Ne ho prova quotidianamente sulla mia pagina Facebook, dove ogni giorno raccolgo commenti denigratori verso chi, come me, per scelta non finanzia la violenza ai danni degli animali.
Tutto dunque ruota attorno all’obbedienza: chi non obbedisce a regole sociali, alle convenzioni e alla normativa, è un elemento problematico che non si allinea, non si omologa e che quindi deve essere represso.

Perché questa insofferenza verso chi decide, autonomamente, di non sottostare a regole violente, come quella del consumare corpi animali?

La risposta potrebbe essere più semplice ed evidente di quanto non sembri: chi non ha il coraggio di ribellarsi alle ingiustizie, teme chi riesce a farlo. Teme, invidia, odia l’altro, diverso da sé, per le caratteristiche l’altro ha e che non riesce a raggiungere.

Disallinearsi, alienarsi dalla violenza, rifiutarsi di sostenere ingiustizie sono atti di quotidiana rivoluzione possibili solo a persone consapevoli, forti e determinate.
Coraggio, forza, determinazione, disinteresse verso il giudizio esterno e senso di giustizia purtroppo non sono qualità per tutti: ci sono persone che, talmente assuefatte e schiave del sistema, non riescono a spezzare le catene immaginarie che hanno ai polsi.

L’invito per chi ha già compreso e abbracciato uno stile di vita empatico, è quello di continuare senza dubbi né incertezze: l’amore verso ogni forma di vita è l’unica verità che conosciamo.
A chi invece nutre astio verso le persone sopra descritte, il mio invito è quello a deporre le armi sociali, realizzando che ogni regola, ogni realtà deve essere analizzata e valutata, prima di essere accettata ad occhi chiusi. Quando li avrete aperti, noterete una società violenta, che si arroga il diritto di far male ad altre esistenze, e che potrebbe diventare un genere virtuoso e positivo se solo venisse meno alla cieca obbedienza verso regole speciste.


Buona riflessione.


Carmen Luciano

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