La lettura che vi propongo con la pubblicazione di questo articolo è un viaggio attraversol’esperienza intima di un uomo sensibile, che ha affrontato una sfida enorme superandola con umiltà e coraggio. Se le parole e il messaggio contenuto potranno dare anche in piccola parte sollievo, conforto o speranza a chi sta affrontando lo stesso percorso, potrò ritenermi lieta di aver raggiunto il mio scopo.
Buona lettura.
Occhi azzurri come il mare in una calda giornata di sole. Classe 1956. Franco Aiello è un uomo sensibile con un vissuto costellato di situazioni in cui è stato d’aiuto, e salvezza, per gli animali. Un’anima consapevole dell’importanza del rispetto per ogni forma di vita che per ragioni etiche ha sposato il rifiuto di consumare corpi animali e di digerire le altrui sofferenze. Attento alla propria salute, sportivo e amante della natura, Franco ha da sempre condotto una vita fatta di amicizie, condivisioni e positività. Tutti ingredienti che, ad un certo punto, si sono ritrovati accanto ad un elemento discordante da loro: la malattia. A Franco infatti, qualche anno fa, è stato diagnosticato un tumore maligno al polmone. Una condizione seria, critica, spiacevole, che avrebbe potuto determinare l’epilogo della sua esistenza. Ma così non è stato. Dopo un percorso di cure, e anni di guarigione fuori e dentro l’anima, Franco è stato dichiarato guarito dal cancro. Una notizia che ci ha riempiti di gioia, quando lo abbiamo appreso lo scorso dicembre alla fine di un conviviale pranzo di beneficenza. Da qui, la proposta di concedermi un’intervista per il mio blog, che ha accettato con piacere.
• Carissimo Franco. Grazie per aver accolto con piacere la mia intervista. Iniziamo col raccontare degli albori di quanto hai vissuto. Come hai scoperto che nel tuo organismo si era formato un tumore? Hai mai pensato che nella tua vita ti sarebbe mai accaduto?
Quando finì il ‘lockdown’ io non avevo nessuna sensazione di essere malato. Con una coppia di amici feci una lunghissima passeggiata partendo dalla città di Pistoia giungendo fino alla foresta dell’Acquerino. Un’intera giornata dall’alba al tramonto di cammino. Al rientro a casa i miei amici mi telefonarono per dirmi che si erano accorti di essere pieni di zecche, suggerendomi di controllare se le avessi anch’io. Le vidi e le tolsi per il rischio di contrarre malattie. Rimasi poi in attesa degli sviluppi perché non sapevo che esito avrebbero avuto queste punture. Dopo qualche giorno mi venne la febbre a 39, e alla fine sono stato costretto ad andare in ospedale perché pensavo di aver contratto la ‘borella’ (malattia di Lyme). Mi trovarono una macchia al polmone, e i globuli bianchi dimezzati. Risultai negativo al test per Covid e HIV, ma anche a quello per la borella. Per precauzione mi fecero fare una cura antibiotica perché diagnosticarono una polmonite per la macchia. Mi invitarono poi a ritornare dopo un mese per fare una radiografia. Trascorso questo tempo, mi ripresentai all’ospedale. La macchia era ancora presente. Lì nacque la prima perplessità: per alcuni medici il mese prima avevo avuto la febbre alta per una polmonite che io non avevo percepito, mentre per altri tutto dipendeva dai batteri introdotti nel mio organismo dalle zecche. Ci fu un amico, medico, che mi disse che secondo lui era una febbre, una rarissima febbre, da adenocarcinoma polmonare che mi ha salvato la vita portando alla luce il problema di salute che avevo. Un campanello d’allarme che avrebbe potuto anche non suonare. Fatti gli accertamenti diagnostici previsti, PET e biopsia, scoprii di avere proprio un adenocarcinoma polmonare. Mi ospedalizzarono al Careggi di Firenze nel reparto di chirurgia toracica. Mi asportarono anche i linfonodi per ricercare eventuali metastasi. Fu un intervento sfortunato: accidentalmente mi fu reciso il nervo di una delle corde vocali e per diverso tempo non ho potuto né parlare né deglutire. La corda vocale superstite ha fatto un enorme lavoro di compensazione per portarmi nuovamente a parlare e a deglutire a fatica. Un mese dopo arrivarono i risultati: non risultavo affetto da metastasi, quindi si limitarono ad asportarmi metà del polmone destro (lobectomia superiore destra). Avendo smesso di parlare e di deglutire ho dovuto seguire un corso di fonazione. Una persona della struttura sanitaria si è occupata della mia voce e mi ha fatto esercitare per riuscire a pronunciare nuovamente delle frasi. Mi aiutò molto anche mettere in bocca un oggetto sterilizzato per tentare di parlare, seguendo l’esempio di Demostene che superò la balbuzie. Il dottor Riccardo Rezzonico, molto umano ed empatico, mi ha trasmesso fiducia riguardo al fatto che avrei ripreso a parlare. Così è stato, e adesso parlo normalmente con la nuova voce che mi ritrovo.
• Quali pensieri avevi riguardo al tuo stato di salute? Continuavi a nutrire la speranza?
Prima dell’operazione mi sono concesso di fare jogging sapendo che sarebbe stata l’ultima volta che avrei avuto due polmoni. Ho sempre affrontato la vita in un certo modo e l’ho fatto anche in questa occasione. Avevo tanta fiducia, ma anche tanta paura. Passate settimane dall’intervento ho ripreso a correre, e ciò mi è stato d’aiuto per esercitare il polmone, con approvazione medica.
• Hai avuto qualche difficoltà nelle strutture sanitarie seguendo un’alimentazione vegana?
Sono stato affiancato da due giovani professioniste che mi sono apparse poco preparate in ambito di nutrizione vegetale, ma interessate ad aiutarmi nelle loro possibilità e con la loro formazione. Mi stupisce che in ambito di specializzazione accademica non siano contemplate tutte le tipologie di alimentazione, e quindi anche quella vegana. Spero che in futuro questo aspetto possa migliorare. Ad ogni modo, queste nutrizioniste mi affidarono una dieta vegetale per persone disfagiche, con alimenti gelificati per non rischiare il soffocamento in quanto non avevo più la corda vocale che separa la respirazione dalla deglutizione. Presso l’ospedale di Pistoia mi sono alimentato quindi con questi alimenti vegetali così trasformati. Gli spiegai cosa non mangiavo e loro da questo punto di vista mi hanno accontentato. L’azienda che somministrava cibo nella struttura mi è apparsa più preparata e non ho avuto grandi problemi. Forse sono stato uno dei primi casi.
• In che modo l’alimentazione vegetale ti è stata di sostegno durante questo periodo? Il cibo vegetale reso morbido e deglutibile per la mia problematica mi ha permesso di alimentarmi e di stare in forze. Ho cercato al contempo di limitare gli alcolici. Oltre all’alimentazione in termini di cibo, mi sono alimentato anche di energie positive, cercando di passare più tempo possibile nei boschi e nella natura. Avevo bisogno di distanziarmi dal mondo consumista.
Uno dei menu ricevuti durante la permanenza in ospedale da Franco
• Dentro di te cosa pensi che ti abbia condotto alla guarigione?
L’adenocarcinoma, quando mi è stato scoperto, aveva già la dimensione di tre centimetri e mezzo. È stato preso in tempo e per fortuna ho avuto quella febbre, ma poteva fare lo stesso molto male. Dentro di me continuo a credere che aver intrapreso un’alimentazione totalmente naturale, il più crudista possibile, mi abbia salvato la vita. Aver vissuto in armonia con il mondo che mi circonda, evitando gli scontri e dedicandomi alla spiritualità mi ha permesso di guarire. Questo è ciò che penso, anche se non è dimostrabile. In questo campo niente è dimostrabile. Ho affrontato tutto con grande fiducia, ma anche con tanta paura. Ho vissuto un trauma per ciò che mi è successo, ma sono sentimenti umani. Ho fatto tutto con ottimismo. Ho cercato di consolare chi stava male nel reparto assieme a me durante l’ospedalizzazione, offrendo supporto morale anche a chi si era operato da poco. Ho impostato tutto positivamente. Il resto è venuto da sé. Ho vissuto la malattia non come un qualcosa da distruggere, ma come una realtà che aveva costruito il mio corpo e che il mio corpo avrebbe guarito. Ho scoperto un me stesso che nemmeno credevo esistesse.
• Cosa vorresti suggerire a chi sta vivendo ciò che anche tu hai vissuto? Credo che il cammino di guarigione debba passare attraverso una sincera convinzione di guarigione, attraverso la consapevolezza che il nostro corpo debba seguire dei ritmi naturali adatti alla sua costituzione e deve essere in amore con il mondo. Bisogna avere fiducia, senza dolore dentro di sé. Nutritevi in modo sano, abbiate cura del vostro corpo con il movimento. Abbracciate il bene per tutti gli esseri viventi, e per la vostra guarigione.
“Non arrenderti quando il tuo tempo sembra che stia per finire, comincia il tuo cammino impossibile facendo un solo primo passo a cui seguiranno tutti quelli che saprai fare, apri i tuoi orizzonti, prova amore per tutti gli esseri viventi, umani e animali, non fare entrare questi ultimi nel tuo stomaco. Assapora la bellezza dei tuoi nuovi pensieri senza limiti, risveglia la mente, purifica la tua interiorità, guarda con gratitudine ogni alba e ogni tramonto, vivi nel mondo naturale e incontaminato. Credi nella guarigione da una malattia che tu stesso hai creato e che non è un nemico o un mostro da distruggere ma la richiesta di una nuova consapevolezza per compiere la tua trasformazione. – Franco Aiello (Dal 2020 a oggi, cinque anni di una nuova vita)
Ringrazio Franco per la sua meravigliosa testimonianza, lo abbraccio e abbraccio tutte le persone che stanno affrontando un percorso di guarigione. Qualsiasi esso sia.
ⓘ Questa intervista, di carattere divulgativo e personale, non si sostituisce al parere medico. Per suggerimenti scientifici si rimanda alle figure professioniste esperte in alimentazione oncologica vegetale.
Lunedì 5 gennaio 2026. A Nocera Inferiore, nella provincia di Salerno, va in scena la consueta rappresentazione folkloristico-religiosa della “Cavalcata dei Re Magi“. Per le strade del paese sfilano carrozze trainate dai cavalli. Uno di questi, intanto a far muovere un mezzo con a bordo tre persone lungo via Atzori, si accascia al suolo, e muore di fatica.
Il video pubblicato da Agri24.it mostra il drammatico momento in cui il corpo del povero animale, sospeso all’interno di un telo, viene issato e caricato a bordo di un mezzo mediante un braccio metallico per essere portato via. La sua vita da schiavo, la sua utilità per gli adoratori del Cristo è finita.
Lascia enormemente disgustati vedere come nel 2026 ancora vengano impiegati gli animali finanche nelle rappresentazioni religiose, quando le altre specie non credono in alcun dio e non hanno alcun culto. Fa indignare fino alla rabbia assistere a queste forme di sottomissione e di schiavitù, vergognosamente permesse dalle immorali leggi umane, che poi arrivano a far soccombere esistenze che non hanno MAI espresso consenso per il proprio impiego.
I cattolici credono nella figura di Gesù? Per loro il 6 gennaio è una data che ricorda i doni ricevuti da questi famigerati tre re magi? Non lo facciano pesare agli animali, ai quali non importa assolutamente niente delle tradizioni umane. Essi, come noi, desiderano solo vivere liberamente la propria esistenza e non devono in alcun modo finire per essere impiegati in teatrini e piazzate pubbliche.
Affinché questi esseri umani realizzino che è giunta l’ora di lasciare in pace gli animali, ho avviato una petizione nazionale per chiedere la fine del loro sfruttamento: la si può firmare cliccando QUI. Oltre a tale manifestazione di dissenso, credo fermamente sia necessario esternalo anche attraverso una mail scritta e indirizzata alle realtà coinvolte in tutta questa vergogna: il Comune di Nocera Inferiore, la Chiesa del posto e l’intera collettività cattolica.
Testo e-mail da inviare: Gentile Comune di Nocera Inferiore, Gentile Sindaco, Gentile Diocesi Nocera Sarno
ho appreso con enorme disgusto la notizia della morte di un cavallo sfruttato per trainare una delle carrozze in occasione della vostra “Cavalcata dei Re Magi” andata in scena lunedì 5 gennaio 2026 sera. Vi scrivo per esternarvi tutto il mio biasimo e per difendere queste esistenze la cui vita è messa alla mercé umana senza che loro abbiano mai dato il consenso. Nel secolo in cui viviamo, nel millennio che ci vede cittadine e cittadini, trovo sconcertante che le altre specie vengano ancora sottomesse alla volontà umana, incluso quella più frivola. Le altre forme di vita che esistono su questo pianeta non sono nostre schiave. Esse vivono al di là delle credenze, dei culti e delle religioni. Non hanno divinità, non credono in uno o più dei e sono libere dai condizionamenti della cultura. Per questa loro caratteristica, ma in primis perché sono esseri senzienti, devono essere lasciate in pace e non coinvolte con la coercizione finanche in rappresentazioni religiose. Il 5 gennaio nel vostro paese è morto un cavallo, si è spezzata per sempre la vita di una creatura che non ha mai chiesto di venire usata per farvi divertire: che non accada mai più! Il rispetto per la vita DEVE VENIRE prima del rispetto per statuette, simboli e tradizioni religiose. Che Nocera Inferiore non mostri mai più il triste spettacolo della sottomissione animale!
Mercoledì 31 dicembre. Ultimo giorno del 2025. Ora di pranzo. A Casale Monferrato il Vegan Bistrot “Il Pangolino” apre le porte alla clientela per accoglierla e coccolarla con piatti realizzati, con amore, con ingredienti interamente vegetali. L’aria all’esterno è frizzante. Sono le ultime ore prima di accogliere un nuovo anno e la città è in fermento. Nel locale entrano numerose persone, fra cui un gruppo di dieci da far accomodare allo stesso tavolo. Tutto procede regolarmente fino a quando arriva una richiesta particolare che, come una nota stonata, incrina il flusso di armonia: poter scaldare un omogeneizzato al bimbo di sette mesi. Non un omogeneizzato qualsiasi: una pappa a base di vitello. La titolare risponde che non può e non desidera farlo, nel suo locale dove dalle pentole non passano esseri senzienti. Argomenta le sue ragioni, spiega che nella cucina non possono arrivare alimenti esterni, ma la richiesta si fa sempre più insistente. Cerca un punto di incontro. Propone di portare dell’acqua calda per scaldare al tavolo la “pappa”, ma il clima si fa sempre più teso. Viene appellata “psicopatica talebana di merda”. Lei li invita ad andare fuori dal suo locale. Il gruppo esce, e anche altre persone decidono di andare via. Seguono recensioni su Google, rigorosamente lasciate con profili dalla dubbia veridicità, volti a continuare a screditare l’attività etica. La titolare si sfoga sul suo profilo personale, incredula e amareggiata per la violenza subita. Perché di questo si tratta: violenza.
Ciò che è successo a Il Pangolino Vegan Bistrot accade più spesso di quanto non si possa immaginare. Non è raro che nelle attività vegane, quelle gestite da persone che hanno fatto una determinata scelta di vita che rispetta ogni specie, arrivino richieste simili. Per chi non ancora ha abbracciato un modus vivendi non violento possono apparire banali eccezioni, ma per chi ha fatto dell’empatia, della consapevolezza e dell’antispecismo dei pilastri della propria esistenza, non sono altro che un oltraggio ai propri ideali.
Chiedere di scaldare resti animali in locali dove l’armonia in cucina non è mai stata inquinata dalla presenza di cadaveri di altre specie, dove i resti sfigurati altrui non sono mai stati conservati in frigo o l’altrui sofferenza saltata in padella, non è altro che una forma di violenza, mista a mancanza di rispetto senza eguali. E non è come quando si chiede a un locale di fare delle opzioni vegetali, portandolo a fare un passo in avanti verso il rispetto per gli animali: chiedere a un locale vegano di cucinare o scaldare animali significa non avere rispetto né di loro né delle persone che lo gestiscono.
Ricordo bene quando a un evento di raccolta fondi da me organizzato per aiutare gli animali arrivò una richiesta simile: fare un’eccezione per qualcuno, preparando un piatto non vegano al di fuori del menu prestabilito. La mia risposta fu ferrea: NO. No, per rispetto delle creature che a miliardi vengono fatte nascere col solo ‘obbligo’ di cedere il loro corpo e morire ammazzate in mattatoio. No perché quella era una cena benefica e non dovevano esserci vittime sui tavoli. E poi, nessuno sarebbe morto se per una sera non avesse mangiato animali morti. Pertanto, massima solidarietà a questa ristoratrice che ha dimostrato di amare veramente le creature che la nostra infelice specie sottomette, schiavizza e annienta brutalmente.
Il post su Facebook Alice Giacobone, titolare de Il Pangolino Vegan Bistrot, ha pubblicato un lungo post sul suo profilo personale, che in poche ore ha raccolto decine di commenti di conforto.
“Vorrei raccontare un episodio molto spiacevole accaduto il 31 a pranzo. Arrivano in 10 nel mio locale, e subito chiedono di farmi scaldare una pappa di vitello e patate in cucina (poi in una recensione definita a base di tacchino, ma poco cambia) ovviamente spiego che non posso e non voglio farlo per due ragioni importanti. La prima ragione è che tendenzialmente, se si sceglie di mangiare in un locale vegano, si devono rispettare le motivazioni etiche, e quindi non introdurre carne. la seconda, non meno importante, è l’impossibilità di introdurre cibi dall’esterno per ragioni igienico sanitarie, soprattutto in una cucina, rischiando di contaminare tutto. Questa è stata la mia spiegazione, assolutamente non accettata; sono stata insultata, ho invitato queste persone a uscire dal mio locale, ma hanno continuato a insistere affinché io scaldassi la pappa al bimbo di sei mesi. Il problema si poteva risolvere fornendogli dell’acqua calda, affinché potessero scaldare il pasto al bimbo, ma dopo essere stata definita “psicopatica talebana di merda“, il mio unico desiderio era che se ne andassero. Facendo leva sul povero bimbo affamato per colpa della strega vegana cattiva, hanno convinto altre quattro persone a lasciare il locale. Il risultato di questa storia lo si può vedere tra le ultime recensioni, tutte da una stella, con spiegazioni abbastanza romanzate. Mi dispiace per quei quattro potenziali clienti che hanno assistito alla parte finale della rappresentazione, empatizzando solo per il povero bimbo affamato (oltretutto, parti da Milano col pargoletto e non ti preoccupi di fornirti di un scalda vivande? Deve essere sempre responsabilità degli altri?). Esiste gente che sceglie di entrare a casa degli altri e dettare legge: ad un no scatta il ricatto, la minaccia, la vendetta, senza punti d’incontro. Ho subito un abuso, e non so come trovare pace”
Mi auguro con tutto il cuore che, al contrario del sentimento provato, questa titolare coerente con i propri ideali e realmente rispettosa degli animali trovi presto pace. Mi auguro altresì che questo suo gesto di naturale e spontanea difesa delle altre creature e dell’identità del proprio locale venga stretto da un abbraccio dalla clientela empatica. Quando capiterò da Casale Monferrato non mancherò di sedere a uno dei tavoli di questo locale dove gli animali non sono ingredienti né pasto, ma esseri senzienti da rispettare anche dopo la morte imposta.
Agli artefici di tale richiesta, nonché autori delle recensioni pessime scritte sul locale, auguro che la metempsicosi in cui credeva fortemente Pitagora, filosofo e fra i più illustri pensatori vegetariani, sia solo una suggestione: se fosse al contrario vera, rischierebbero di poter rinascere con fattezze animali, magari di vitello, e fare esperienza di cosa vuol dire esistere da non-umani schiavizzati in un pianeta dove la crudeltà umana è senza limiti.
Carmen Luciano
Questa foto l’ho scattata in Nuova Zelanda nel 2018. Ho teso le mani oltre il filo elettrico per accarezzare un giovane vitellino dalla vita segnata. Sono passati anni da questo scatto, ed io so già dentro di me che questa povera esistenza ha fatto una fine orribile. Le ho chiesto scusa. Le ho detto che stiamo facendo di tutto per far smettere i nostri simili di schiavizzare, dare tormento e massacrare ogni specie che ha la sfortuna di nascere su questo pianeta invaso dalla nostra razza.
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