°° Mangi Uova, Formaggi e Miele? Non Sei Femminista °°
Se fossi nata in Italia circa un secolo fa, in questo momento non sarei seduta alla scrivania, impegnata nella stesura del presente articolo.
Non mi sarebbe stato concesso alfabetizzarmi correttamente, frequentare un liceo, continuare gli studi all’università e nel frattempo lavorare per essere economicamente indipendente. Non avrei potuto comprare da sola l’auto che desideravo, coi miei risparmi, o addirittura guidarla, perché il mio ruolo nella società sarebbe stato quello di ogni ragazza che sta in casa, che pulisce la casa, che obbedisce ai genitori e che a tempo debito passa dalla sottomissione del padre a quella del marito. Non avrei potuto lasciare l’eventuale fidanzato bugiardo, quello qualunquista, quello che tradisce, perché mi sarei dovuta semplicemente accontentare, rassegnandomi all’idea che era quello l’individuo da “sopportare e supportare” per il resto dei miei giorni.
Una donna con una vita intera davanti da dedicare all’abitazione-gabbia dove viene confinata, tra figli e marito che invece è emancipato e può tutto.
Se penso a come sarebbero potute andare le cose se fossi nata in un altro periodo e non negli anni ’90, rabbrividisco. Sarei stata un’altra me. Un’infelice, triste me.
Mi sento fortunata e privilegiata nell’esser nata in un tempo e in un luogo ormai abbastanza liberi da alcune trappole sociali maschiliste.
Se oggi posso godermi tanti diritti (studiare, lavorare, viaggiare, vestirmi come voglio, amare chi voglio, guidare, scrivere, fare conferenze, parlare di diritti altrui ecc) è merito di chi ha dato la propria vita per conquistarli ed estenderli anche a me, che faccio parte di quelle nuove generazioni senza volto ma tanto tutelate.
Non dimentico cosa è stato fatto, non sottovaluto l’impegno e lo sforzo di altre donne nate prima di me e cerco ogni giorno di meritarmi il risultato del loro enorme coraggio.
Come faccio a meritarmi i diritti che qualcuno ha conquistato anche per me?
Semplicemente, porto avanti l’impegno.
Perché la lotta non è ancora finita.
Mi sento di essere femminista, orgogliosamente femminista, perché sono consapevole che in questo momento, in altri luoghi nel mondo, tante mie sorelle di specie non possono vivere liberamente come invece accade a me, questo per colpa della società fallocratica che le vuole inferiori e sottomesse all’uomo.
E’ pertanto necessario, a mio avviso, non dimenticare mai che dobbiamo continuare a lottare per i diritti delle donne, soprattutto noi donne, fino a quando non saranno estesi in tutti i paesi del mondo. Su ogni singola persona.
Un’altra cosa che ho capito poi, è che non ci si può definire femministe vivendo una vita a discapito di altre femmine.
Per circa 15 anni della mia esistenza ho vissuto in uno stato di parassitismo maschilista nei confronti di femmine di specie diversa dalla mia.
Bevevo il latte a colazione (lo usavo come aggiunta al muesli), mangiavo formaggi (immancabile la mozzarella sulla piazza) e di tanto in tanto gustavo dei dolci con dentro il miele. A 12 anni ho smesso di mangiarli, gli animali, e credevo di aver fatto tutto quello che era in mio potere per evitargli sofferenza e morte. Credevo anche, però, che continuare a mangiare i derivati non comportasse nulla di grave per loro. Ero convinta che “tanto le mucche facessero lo stesso il latte” e che “le uova comunque venivano deposte dalle galline”, quindi il consumo che ne facevo era più che lecito.
Per molto tempo dunque ho vissuto godendomi i diritti che le femministe mi hanno fatto avere e parallelamente li toglievo ad altre femmine, costrette alla reclusione, alla violenza e alla morte a causa mia.
Io, ragazza adolescente, con la mia alimentazione mi intromettevo nella maternità, nel delicatissimo rapporto madre-figlio/a di altre femmine, solo per un gusto personale, solo per egoismo.
Se sono qui, oggi, a scrivere questo articolo è perché sento necessario che ciò che ho compreso possano comprenderlo anche chi crede di essere femminista nonostante sia un peso per altre femmine.
Si può essere femministe mangiando uova, formaggi, miele e bevendo latte?
La risposta è NO.
Non si può.

Macchinario per estrarre latte dalle ghiandole di una vacca – Foto Web
L’industria dei derivati animali è basata sul quotidiano oltraggio all’universo femminile, al deturpamento e allo sfruttamento dei corpi femminili.
- LATTE E FORMAGGI:
Affinché le vacche, le capre ed altre femmine di specie elette schiave ideali per la “produzione” di latte abbiano ghiandole mammarie attive è necessario che esse siano gravide. E’ caratteristica di tutti i mammiferi infatti allattare solo ed esclusivamente quando c’è la presenza di un cucciolo, e dopo il parto dello stesso.
Per sottrarre a queste femmine la secrezione mammaria vengono ingravidate a mano dagli allevatori, che inseriscono nella vagina lo sperma di un maschio della stessa specie raccolto in precedenza (come accade con altri animali).
L’atto messo in pratica dagli allevatori non è altro che VIOLENZA SESSUALE.
Nessuno di questi animali è consenziente. Nessuna di queste femmine ha mai chiesto che un umano infilasse il braccio nel proprio utero.Una volta ingravidate le femmine vivono i mesi di gravidanza sempre richiuse negli allevamenti. Quando il piccolo, o la piccola, è pronto per nascere non sa minimamente cosa lo aspetta.
Essendo un “extra”, un surplus non utile per l’industria casearia i cuccioli nati da femmine schiavizzate per il latte vengono spediti al macello oppure uccisi.L’animale che ha partorito il proprio figlio, e che per istinto materno sente la necessità di averlo accanto per accudirlo ed alimentarlo attraverso le proprie mammelle, non può farlo. Il legame madre-figlio viene spezzato, e questa negazione porta ulteriore stress e sofferenza per questi individui che per anni verranno sfruttati prima della macellazione.
Se bevi il latte o mangi formaggi fatti con esso
la mano che si inserisce violentemente nella vagina delle femmine schiavizzate è anche la tua.
vitellino deceduto in un allevamento di vacche da latte
- UOVA:
Nell’industria della produzione di uova le galline sono piccole operaie schiave costrette a deporre circa un uovo al giorno. Negli allevamenti “in batteria” vivono dentro gabbie piccolissime (grandi quanto un foglio A4). Negli allevamenti “a terra”, vivono in capanni sovraffollati, illuminati da luce artificiale. In natura le galline deporrebbero un numero nettamente inferiore rispetto alle centinaia attuali: circa 22-24 unità.
Anche per quanto riguarda questi animali, l’industria non tiene conto del legame che ogni femmina ha con ciò che crea il proprio corpo.
Le galline sono animali molto protettivi. Una volta deposte le uova si innesca in loro la necessità di proteggere i piccoli che vi potrebbero nascere.
E’ per questo che, nei modi di dire, utilizziamo il concetto di “mamma chioccia“.
Nell’industria avicola questi piccoli animali vengono privati della cellula uovo che depongono. Sfruttati, privati di ogni tipo di diritto, dopo pochi anni di reclusione vengono sostituiti con nuovi schiavi. Le galline che non ce la fanno più vengono macellate o gettate via.
Essendo il loro becco capace di infierire colpi mortali, esse vengono mutilate quando sono ancora dei pulcini.
Il taglio dell’estremità del becco, pratica crudele, evita agli allevatori la perdita di schiave o un’eventuale auto-lesione dovuto alle terribili condizioni di vita.Tutte le volte che mangi un uovo, la mano che taglia la punta del becco di una femmina ridotta a mera macchina di produzione, è anche la tua.

- MIELE:
Anche l’industria del miele è un oltraggio al genere femminile.
Le api, per loro gerarchia, hanno una regina che stabilisce regole e coordina le altre api. Quando gli esseri umani si intromettono in questi piccoli regni dove è sovrana la perfezione, ogni sorta di equilibrio viene interrotto.
Le api operaie, che per funzione congenita raccolgono il polline per poi elaborare il miele attraverso le loro cavità orali, vengono sfruttate.
Il miele, unico alimento delle api che viene poi condiviso con tutti i membri dell’alveare, viene sottratto. Al suo posto gli apicoltori sono soliti fornire agli insetti dello zucchero. Quest’ultimo però non è un alimento naturale. Sfruttamento continuo e cambio di alimentazione mettono a repentaglio la vita delle api stesse, che decedono in nome di un commercio crudele.Scopri tutti i retroscena dell’industria del miele cliccando QUI.

Esistono numerose alternative vegetali al miele. Trovi l’articolo sul mio blog.
Si può essere delle vere femministe?
Sì. Sì è davvero femministe quando si spezzano le catene mentali che bloccano il nostro pensiero. Si è femministe, e attente ai diritti altrui, quando quelli di cui godiamo non li neghiamo agli altri, umani o animali che siano.
Alle donne che credono che non si possa paragonare una vacca ad una donna in ambito di violenza e di diritti, dico solo che pochi secoli fa le donne erano scientificamente provate come inferiori all’uomo e paragonate agli animali.
Abbiamo raggiunto grandi traguardi per le donne.
Vi prego di impegnarvi a raggiungerli anche per le altre specie affinché non esistano più discriminazioni nei confronti di nessuno.
°° E’ Scorretto Chiamare “Hamburger” un Panino 100% Vegetale? °°
Oggi affronterò un tema scottante, tanto scottante, ma così scontante da esser riuscito a far adirare chi guadagna sulla morte degli animali.

Il veganismo, diffusosi grazie all’impegno di chi ha deciso di non alimentarsi più con resti e derivati animali per motivi etici, nell’ultimo decennio ha finalmente portato cambiamenti importanti nel nostro paese.
La domanda, in ambito alimentare, è andata modificandosi proprio come sono mutate le esigenze di moltissimi consumatori: più attenti alle etichette, agli ingredienti, ai valori nutrizionali e soprattutto maggiormente interessati all’acquisto di cibi buoni anche per la propria salute, oltre che per quella delle altre specie e dell’ecosistema.
Da circa 5 anni l’offerta di alimenti 100% vegetali è aumentata a dismisura proprio per far fronte alle nuove tendenze alimentari della popolazione italiana.
Questo modificarsi delle scelte, dove gli alimenti vegetali vengono preferiti sempre più a quelli animali, ha portato la nascita di numerosissimi locali veg e alla presenza di enormi quantità di prodotti “alternativi” sugli scaffali di negozi e supermercati.
Se in un primo momento solo poche aziende avevano investito sugli alimenti 100% vegetali, chi per etica chi per salute dei consumatori, nel giro di pochi anni anche quelle che per business rendono schiavi gli animali e poi gli tolgono la vita si sono dovute ricredere, arrivando ad adattarsi alla richiesta del mercato.
Citterio, Beretta, McDonald’s, Wuber e Findus sono solo alcuni dei brand che hanno deciso di proporre un’alternativa vegetariana (non sempre vegana a causa dell’albume d’uovo) dei loro prodotti “classici” forse per riconquistarsi la fetta di clientela persa a causa del risveglio della ragione.
Per non parlare poi di Mukki, Granarolo e di altre aziende specializzate nello sfruttamento degli animali “da latte” con le loro novità vegetali “ricche di calcio”.

Ai Fratelli Beretta magicamente è diventato verde il cuore….
Gli alimenti vegetali dunque si stanno facendo spazio fra quelli animali.
Bene.
Dov’è il problema?
Il problema, carissimi e carissime, adesso sta proprio in questo: i prodotti alternativi starebbero infatti minacciando gli introiti delle aziende che non intendono smettere di straziare gli animali.
Per alcuni, l’aumento delle vendite sarebbe “causa” del fraintendimento dei consumatori dal momento che i prodotti vegetariani e vegani hanno << nomi simili ai prodotti realizzati con carne e derivati >>.
Quindi, secondo alcuni schiavisti specisti, le persone sarebbero così deficienti da scambiare cibi vegetali con quelli fatti di carne e questo sarebbe il motivo del calo di vendite.
Già alludere alla scarsa capacità di distinguere due cose diverse, o addirittura di saper leggere sulle confezioni, la dice lunga sulla considerazione che hanno dei clienti le ditte che propinano carcasse in ogni salsa.
Quella che sta nascendo adesso è una vera e propria guerra ai nomi.
Per alcuni gli alimenti vegetali non dovrebbero definirsi come quelli di origine animale, banditi quindi termini quali “wurstel”, “prosciutto”, “hamburger”, “salame”.
Ed eccoci arrivati al punto saliente di questo articolo.
E’ veramente scorretto chiamare degli alimenti vegetali nello stesso modo in cui vengono chiamati quelli fatti con resti animali?
A differenza di quanto scritto da ilFattoAlimentare, a mio avviso e dal punto di vista della linguistica, dipende.
E’ necessario approfondire il vero senso della definizione, prima di gridare allo scandalo se la si utilizza per alimenti etici.
Prendiamo per esempio il termine “HAMBURGER”.
Il significato della parola originariamente era “Hamburghese”, ovvero della città di Amburgo, e definiva il modo di preparare la carne tipica del posto.
Col tempo i parlanti hanno riconosciuto in questo il morfema HAM (in inglese, prosciutto) e così scomposto anche il secondo elemento (burger) che ha così creato in sé un’entità autonoma prendendo il significato di “panino“.
Da “alimento fatto ad Amburgo” si è passati dunque a “panino al prosciutto”.
Oggi siamo consapevoli che della moltitudine di proposte di hamburgers che troviamo nei ristoranti, nei fast-food o al supermercato, quasi nessuna è fatta nella città che ha dato vita a questo termine. Quindi, se si può utilizzare il termine in modo non del tutto corretto per gli alimenti di carne, a mio avviso lo si può fare anche per quelli vegetali.
Tutto ciò per il semplice motivo che il termine stesso richiama alla mente l’immagine di un panino contenente alimento al suo interno preparato a forma di medaglione.
Che dire della parola tedesca würstel invece?
In italiano significa “insaccato“, ed il termine a sua volta significa “chiuso, ficcato, contenuto in un sacco, o come in un sacco, in senso proprio e figurativo”.
Pertanto, che sia del tessuto muscolare misto a quello adiposo di un animale ficcato dentro budella, o della materia vegetale chiusa in altra materia vegetale, würstel secondo il mio parere si può utilizzare anche per i cibi vegetariani e vegani.

I termini prosciutto e salame invece non li ho mai visti utilizzare per alimenti vegetali.
Al loro posto viene preferita la parola “affettato“m che semplicemente significa “fatto a fette”. Qualsiasi cibo può essere fatto a fette.
Chi vuole trovare pretesti banali per dichiarare guerra a chi si alimenta in modo etico e a chi propone alimenti 100% vegetali dovrebbe ricordare che da decenni vengono utilizzati anche termini solitamente attribuiti ai vegetali per definire gli animali.
Alcuni esempi:
- “Insalata di pollo” (le galline non spuntano nell’orto)
- “Frutti di mare” (i molluschi non sono frutta, il mare non da origine ad essi, è semplicemente il loro habitat)
- “Bastoncini di pesce” (i bastoni sono fatti di legno, non con il corpo di individui. Nessun falegname ha mai chiesto a Findus di fare chiarezza coi termini però…).
Detto questo, vi invito a continuare a boicottare le aziende che ancora oggi trattano gli animali come materia da poter disporre a proprio piacimento e vi esorto a stare sempre dalla parte degli animali, poiché oppressi nei diritti e soppressi nell’esistenza.
Ps: se vi è venuta fame a sentir parlare di cibo,
eccovi la ricetta per preparare in casa delle buonissime COTOLETTE e dei deliziosi HAMBURGER di legumi.
Sì, COTOLETTE e HAMBURGER ! 😀
Cliccate QUI 😉 .

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Ps: a proposito di alternative vegetali alla carne. Un messaggio che voglio rivolgere a chi le ostacola perché si sente nel giusto a consumare corpi di animali di altra specie è questo.
Se vi piace così tanto il corpo privo di vita degli animali
(che probabilmente avrebbe lo stesso sap0re di una persona decėduta)
perché fate in modo che abbia un gusto vegetale?
Origano, alloro, prezzemolo, salvia, aglio, rosmarino, basilico, menta, cipolla, paprika forte, paprika dolce, pepe nero, pepe rosa, pepe bianco, limone, olio d’oliva, aceto.. sale!
Il leone non insaporisce la gazzella, non la cuoce, non la frolla, non la conserva in frigo.
Fate pace con la realtà: non siete predatori!

°° [Castelfiorentino] Gatto “Salvato” dai Vigili del Fuoco: Le Cose Sarebbero Andate Diversamente °°
Qualche giorno fa, sul quotidiano “La Nazione”, è stato pubblicato un articolo inerente al salvataggio di un gatto rimasto bloccato sui rami di un albero nel comune di Castelfiorentino (Fi). In base a quanto scritto dal giornalista, il felino sarebbe stato salvato dai vigili del fuoco del posto che, dopo averlo aiutato a scendere << sfrondando l’albero >> sul quale si era arrampicato, lo avrebbero anche << affidato alla sua proprietaria >>.

Secondo una testimone oculare, che era lì presente nel momento in cui stava accadendo il fatto, le cose sarebbero andate diversamente.
Ho deciso pertanto di dare spazio sul mio blog a questa ragazza .
Ecco la sua versione dei fatti:
Domenica 29 gennaio una donna, nel portare a passeggio il suo cane in una piccola area verde in via de Gasperi a Castelfiorentino, viene avvicinata da un uomo che chiede aiuto perché ha notato un gatto su un albero.
Il felino non riusciva a scendere, era visibilmente spaventato, e i due pensano allora di chiamare i vigili del fuoco.
Prima lui, poi lei, contattano la centrale operativa del 115 che, però, liquida la questione affermando che il gatto sarebbe sceso da solo nel giro di qualche ora. La donna, I.G., non si dà per vinta e contatta la Protezione Civile di Castelfiorentino che, a sua volta, richiede l’intervento dei vigili del fuoco.
Le ore passano e nessuno però giunge in soccorso del micio, destinato a trascorrere la notte tra le fronde del pino su cui si era arrampicato, probabilmente per sfuggire ad un cane.Foto fornita dall testimone – il gatto sull’albero
La mattina seguente, un altro passante, attirato dal lamento del gatto, chiede aiuto ad una volontaria animalista di zona, S.C, che nel frattempo era stata interpellata anche dalla donna che il giorno prima aveva trascorso il pomeriggio a chiedere, invano,un intervento da parte delle autorità competenti.
La volontaria, dopo aver saputo che l’animale si trovava sull’albero da 18 ore e dopo aver constatato che effettivamente il micio si trovava in uno stato confusionale, non esita a comporre il 115. Di nuovo l’operatore tenta di convincere dell’infondatezza dell’allarmismo, ribadendo per l’ennesima volta che il gatto sarebbe certamente sceso da solo quando si fosse calmato e che, anzi, un loro intervento avrebbe potuto esser persino più rischioso in quanto l’auto scala avrebbe potuto spaventarlo così tanto da spingerlo a gettarsi dall’albero.
Ma la volontaria, che ha alle spalle una certa esperienza con i gatti e che sa che quel parco di giorno è frequentato da cani a passeggio e da ragazzini che giocano a pallone, insiste spiegando che l’animale non sarebbe riuscito a scendere tanto presto e che comunque su quell’albero c’era stato fin troppo.
A questo punto le viene comunicato che appena possibile avrebbero mandato una squadra. Nel frattempo la donna aveva contattato anche la protezione civile che a sua volta si era attivata per reperire un mezzo idoneo a soccorrere la malcapitata bestiola. Dopo tre ore finalmente giunge sul posto un furgone del Comune, dotato di scala e cestello. Gli operai tentano di avvicinarsi al gatto che, ormai terrorizzato, si sposta da un ramo ad un altro sfuggendo alla presa degli uomini.
Poco dopo arrivano anche i vigili del fuoco che si sostituiscono agli operai nel tentare di recuperare il felino ma senza successo. Il gatto, sempre più in difficoltà, si trasferisce su un altro pino, usando i rami come passerella. A quel punto i vigili optano per la recisione del ramo su cui il micio si era appollaiato.
La volontaria, che conosce bene i rischi che un gatto corre cadendo da un altezza di circa 7 metri, fa notare che la soluzione è troppo pericolosa. Viene però ignorata, poiché certi che il ramo si sarebbe piegato dando al felino il tempo di saltare con accortezza. Nel concreto però le cose vanno diversamente.
Il ramo si spezza di botto e precipita a terra, facendo schizzare via il micio che fortunatamente ne esce illeso ma che fugge via, impedendo alla donna di metterlo in sicurezza per poi poterlo restituire agli eventuali proprietari.Il ramo tagliato – foto della testimone
Il gatto si è dunque salvato, anche se una caduta del genere avrebbe potuto anche costargli la vita o una lesione irreversibile del bacino,ma ha comunque rischiato di entrare a far parte degli “smarriti”, ossia di quegli animali che non riescono più a trovare la strada di casa.
Fortunatamente, tramite un post su Facebook, la famiglia del gatto è venuta a sapere dell’accaduto e si è subito messa alla ricerca del micio, che è stato ritrovato un paio di ore più tardi, evidentemente scosso, affamato e infreddolito.
L’happy ending non era però scontato. Poteva finire male, molto male.
In base a quanto espresso dalla testimone e stando alla veridicità della versione, vorrei spendere due parole nei confronti di tutti gli organi di competenza che sembrano essere seccati quando vengono chiamati ad intervenire per gli animali: è successo anche a me di dover chiamare i vigili del fuoco per una situazione analoga, in un comune poco distante da Castelfiorentino, e la risposta è stata la stessa. Credo che sia totalmente ingiusto e poco decoroso sentirsi liquidare con frasi fatte (“se ci è salito, scende”) o con toni irritati.
Non so se questo dipenda dalla negligenza o dal semplice fatto che per alcuni dipendenti pubblici gli animali non siano così importanti quanto le persone.
Sta di fatto che è necessario cambiare modo di approcciarsi a chi chiama se capitano anche queste emergenze.
E poi, se posso permettermi, la soluzione del tagliare il ramo è stata davvero una trovata pessima. E’ un luogo comune credere che i gatti “atterrino sempre sulle zampe” e che non si facciano del male. Sono esseri viventi mortali come tutti. Si sarebbe fatto lo stesso con un umano? Non credo.
Perché allora poca accortezza con un felino? Si pecca forse di specismo?
Per chi ha scritto l’articolo invece, l’invito è quello di documentarsi meglio, e di sentire più pareri prima di scrivere la classica favola perbenista che tutti vorrebbero sentirsi raccontare.














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